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Cosa sono le Gocce di Natura ?

 

Gocce di Natura 
Questa rubrica nasce da un’idea  degli attivisti del Panda team WWF CASERTA OA per diffondere curiosità su piante ed animali, notizie storiche sulla natura, notizie sugli usi di erbe officinali nel passato e che, a tutt’oggi, offrono preziosi principi attivi nei medicinali d’uso quotidiano, sistemi innovativi di produzione da riuso e riciclo.
L' intento è di diffondere il sapere, incuriosire i lettori e valorizzare la conservazione della biodiversità grazie alla conoscenza
Gocce di Natura saranno articoli brevi che pubblicheremo con cadenza mensile.
Perché questo nome? 
Semplice, queste preziose curiosità arricchiranno la nostra conoscenza e l’amore per la Natura.
Quando?
A partire dal 21 marzo 2018 !

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Indice
2018 marzo Le rondini  R. Trappa
aprile Le orchdee, perfide ingannatrici  R.Perillo
maggio  IL MERAVIGLIOSO MONDO DEI FIORI SELVATICI…MESSAGGERI DI VITA T. Leggiero
giugno GREENWOLF di Milena Biondo M. Biondo
luglio  Una per tutte, tutte per una ( parte prima) R.Perillo
agosto  Una per tutte, tutte per una ( parte seconda) R.Perillo
settembre Seabin - per un mare #plasticfree M. Biondo
settembre Dumbo, l’elefantino ubriaco ed altre storie. Parte I e II) R.Perillo
ottobre  Le castagne matte R. Trappa
novembre I colori dell’autunno, ovvero la crema solare delle piante  (e non solo) R.Perillo
dicembre Monete del Papa o Albero dei soldi … in primavera bei fiorellini, in autunno argentei soldini! T. Leggiero
2019 gennaio Intelligente come una … zucca ( parte I) R.Perillo
febbraio Intelligente come una … zucca ( parte II) R.Perillo
marzo Intelligente come una … zucca ( parte III) R.Perillo
aprile Intelligente come una … zucca ( parte IV) R.Perillo
maggio ll Silenzio di una rosa S. Manco
giugno Un disco per l’estate R.Perillo
luglio Il profumo fantasma  R.Perillo
agosto L’albero di Giuda o Siliquastro  T. Leggiero
settembre Da Alexander von Humboldt a Paul Crutzen : l’Antropocene e l’ Omogenocene (parte I) R.Perillo
ottobre Da Alexander von Humboldt a Paul Crutzen : l’Antropocene e l’ Omogenocene (parte II) R.Perillo
novembre Non facciamo la “ festa “ agli alberi. R.Perillo
dicembre Le piante di Natale R.Perillo
2020 gennaio 29-30-31-gennaio… L’avventura di una famigliola di merli milanesi. T. Leggiero
febbraio Manna dal cielo? No, dai frassini. R.Trappa e R. Perillo
marzo E’ primavera, nonostante tutto ! R.Perillo
aprile Un piccolo gioiello delle dune del litorale Domitio A. Gatto
maggio Il gigante buono… l’Olmo R. Trappa
giugno Il lato oscuro delle piante (I) R.Perillo
luglio Se spariscono le spiagge addio anche ad animali e piante. A. Gatto
agosto LA PORTULACA OVVERO: LA NATURA VEDE E PROVVEDE M.Biondo
settembre Recup’r - La nuova dimensione del recupero S. Paolantonio
ottobre Percorso tattile - olfattivo alla Reggia di Caserta A.I. Peduto 
novembre UPCYCLING…Nuova vita, nuova storia. La creatività al servizio dell’ambiente T. Leggiero
dicembre L’arancio. Un frutto di Natale ma a volte ce lo dimentichiamo. R. Lauria
2021 gennaio Guardare e non toccare ( tantomeno mangiare ) ! R.Perillo
febbraio La Cycas R.Perillo
marzo    
aprile Il Tasso R.Perillo
maggio    
giugno La Brugmansia R.Perillo
luglio Nido di mamma : brevi esperienze dell’anima alla ricerca di Caretta caretta ! A. Pellegrino
agosto Signori, l’insetto è servito! R.Perillo
settembre BIODIVERSITA’ è difficile fare conservazione e protezione della Natura con le “tempeste di fuoco”. R.Lauria
ottobre Il farinello comune o chenopodio. R.Perillo
novembre La piante e la lunga lotta contro la malaria R.Perillo
dicembre L’amaranto , magia invernale. R.Perillo
2022 gennaio I fiori di gennaio R.Perillo
febbraio

Questo ossigeno … è una catastrofe !  ( parte 1 )

R.Perillo
marzo Questo ossigeno … è una catastrofe !  ( parte 2 ) R.Perillo
aprile Il Lino tra mito e storia R.Perillo
maggio I trifogli R. Perillo
giugno Le signore in rosso ! R. Perillo
luglio Un demone in fondo al calice ! R. Perillo
agosto

Le more di agosto

R. Perillo
settembre La magia  sul marcipiede R. Perillo
Ottobre Il lato oscure delle piante (II) R. Perillo
     
 

21 novembre 22

Piante in pace

Foto e testo a cura di Renato Perillo

Stamattina sono stato a trovare i miei al Cimitero di Caserta. Durante la Ricorrenza dei Defunti la confusione regna sovrana nei luoghi del silenzio e quindi preferisco evitare quei giorni e recarmi da loro  in altri momenti. La mestizia del ricordo dei nostri cari non più con noi può essere lenita dalla vista dei magnifici alberi che il nostro Cimitero ospita. Nella zona più antica, la Cappella dell’Arciconfraternita di Tuoro e quelle circostanti sono avvolte dalla fitta ombra di due patriarchi verdi, già noti e censiti dalla Regione Campania : una imponente Canfora ed un magnifico Cedro del Libano. Si tratta di piante probabilmente coeve ( tra i 150 e 200 anni di età)  con circonferenze ed altezze ragguardevoli : la canfora è alta 25 metri con 5 m di circonferenza , mentre il cedro raggiunge i 30 m con oltre 6 m di circonferenza del fusto, misurata a 130 cm da terra come da manuale. Queste piante hanno assistito probabilmente agli ultimi anni del Regno borbonico, alla nascita di quello italiano, alle due Grandi Guerre e a tanti eventi drammatici e lieti che si sono succeduti fino ai giorni nostri. Silenziose, hanno subito danni alle radici causati dagli scavi per la costruzione di tutte le cappelle gentilizie che le circondano, la impermeabilizzazione dei viali, forse qualche potatura di troppo ma, nonostante tutti i nostri tentativi, resistono e ci regalano ombra, frescura e memoria del passato. Girando poi l’angolo, si scopre inaspettatamente, quasi soffocata tra due cappelle, una sequoia sempreverde, una conifera della stessa famiglia dei cipressi, che anche loro numerosi e maestosi crescono lì accanto. Si tratta di un albero ancora più alto del cedro, con un tronco di 4 metri di circonferenza, di età da definire ed appartenente ad una delle specie più longeva tra le piante. Alle sue spalle, nascosto nei pressi di una fontana, svetta una magnifica Araucaria bidwillii Hook, una conifera della famiglia delle Araucariacee, originaria del Quennsland (Australia). Come il cedro e la sequoia, si tratta di una pianta monoica, ovvero con coni maschili e femminili ben distinti, ma presenti sullo stesso individuo. Le conifere ( Gimnosperme ) sono piante antichissime senza dei veri “ fiori “  e si sono evolute nel Giurassico, quando ancora gli insetti non erano pronubi. Per tale motivo la impollinazione veniva favorita dal vento. Pertanto queste piante non avevano bisogno di vessilli sessuali colorati e profumati. Solo più tardi, gli insetti e i veri fiori si sono coevoluti con mutuo vantaggio, ricoprendo di magnifiche forme e colori i prati, tra il Giurassico ed il Cretaceo, 150-170 milioni di anni fa.  Prima di lasciare il cimitero ho accarezzato la corteccia di questi alberi così vetusti : sembra una macchina del tempo, nelle sue fessure è come fosse raccolta la nostra storia, toccarla dà la sensazione di poter andare indietro negli anni. Come spesso capita, mi sono fatto trasportare troppo lontano dai pensieri, dimenticando di essere in un cimitero e del motivo della mia visita. Ma sono certo che i miei cari siano contenti di stare in compagnia di questi patriarchi verdi, relativamente protetti in quest’oasi di Pace, che tanta aria pulita, tanta frescura e tanta ombra ci donano da centinaia di anni senza chiedere nulla in cambio, se non un po’ di rispetto e di attenzione.

La Canfora

Il Cedro del Libano

La Sequoia

L'Araucaria

 
21 otttobre 2022

Il lato oscure delle piante (II)

Testo a cura di Renato Perillo
La prima parte è stata pubblicata nel giugno 2020

La domesticazione di piante ed animali è iniziata in momenti differenti tra Asia, Africa e, più tardi in Europa, a partire dal 10000 a.C. I protoagricoltori spesso continuavano ad essere cacciatori-raccoglitori mentre provavano a far riprodurre le piante con i frutti o i semi più grandi, più saporiti e, soprattutto, non tossici. Il caso delle mandorle amare è tipico. Quelle dolci sarebbero destinate ad essere spazzate via dalla selezione, in quanto i loro semi, non producendo sostanze tossiche cianogenetiche, verrebbero mangiati dagli animali. Invece l’uomo le ha selezionate, protette e fatte riprodurre, invertendo di fatto il percorso naturale della selezione. Così si è cercato di fare con altre piante come patate e pomodori, piselli e fagioli.  Le prime ( patate e pomodori ) appartengono ad una famiglia, le Solanaceae con oltre 2500 specie di piante commestibili , ornamentali e medicinali. Ma tutte tossiche ! Alcuni nomi sono ben noti, la Mangradora , la Belladonna e il Tabacco, lo Stramonio, ma anche pomodori, melanzane e patate. In queste piante sono presenti sostante tossiche, talora mortali ad alte dosi, che interferiscono con la trasmissione nervosa. L’intossicazione da Mandragora è accidentale, in quanto le foglie ricordano gli spinaci selvatici o la borragine. Oltre 10 milioni di persone in Italia ogni giorno decidono di assumere nicotina, un potente veleno del tabacco, ma molti di più mangiano insalate di pomodori, parmigiana di melanzane o patatine fritte! In effetti le sostanze tossiche sono contenute soprattuto nei frutti acerbi, nelle foglie e nei fusti ( i tuberi della patate sono infatti fusti modificati ). Ma perché i pomodori maturi contengono poco veleno e quelli acerbi molto di più ? Perché le foglie del pomodoro possono essere pericolose e gli spaghetti al sugo no ? Le piante favoriscono tutti coloro che possono aiutare la loro riproduzione e si difendono da chi intende danneggiarle. Così i pomodori maturi, che contengono semi pronti a dare vita ad una nuova pianta, non uccidono chi li mangia, mentre quelli acerbi, sono più pericolosi. La buccia della patata, specie se sotto stress da attacco di parassiti o esposta al sole, diventa verde (per la clorofilla) e produce solanina, che rende la polpa amara. In tal modo la pianta si protegge ! Attenzione quindi a preferire pomodori maturi e patate “ non stressate “.   

Fiori della patata : https://www.inorto.org     –     Pomodori : https://www.giardinaggio.net

 

 

 

21 settembre 2022

La magia sul marciapiede

(Testo e foto di Renato Perillo)

Si adatta a vivere nelle fessure dei marciapiedi, nei coltivi abbandonati, ai bordi dei campi. E ‘ l’eliotropio, (Heliotropium europaeum L. ) , un parente della borragine , una pianta con “ poteri magici “, che faceva bella mostra nei ricettari delle streghe  : rendeva invisibili, risolveva l'ostilità altrui e rivelava gli inganni di truffatori .Nelle farmacopee popolari le pozioni venivano usate contro le febbri, come cicatrizzante e come narcotico. In realtà è una piantina pericolosa a causa dei suoi principi attivi, soprattutto alcaloidi, in parte utilizzati anche dall’industria farmaceutica e alimentare. Si tratta di un gruppo di oltre 600 molecole  oltre 6000 specie utilizzate di 600 specie vegetali nello loro eterna lotta chimica contro i parassiti. Se ingerite dai mammiferi possono danneggiare il fegato. Gli insetti però, sono riusciti anche in questo caso, ad utilizzarli a loro vantaggio : alcune farfalle li usano come precursori dei feromoni sessuali. Il principale alcaloide dell'eliotropio é l'eliotropina o piperonale. É un aroma usato nell'industria dei profumi ed un precursore per la sintesi di stupefacenti come l'MDMA. L’eliotropio è una delle tante “erbacce”, che gli stradini ripuliscono accuratamente in quanto invadono i marciapiedi : ma la lotta è impari. I loro semini rimangono nel terreno, tra le fenditure dei marciapiedi, ai bordi delle strade. E la prossima primavera i loro fiorellini bianchi, poco appariscenti, ritorneranno a colorare i marciapiedi e i bordi delle strade. Lo so, si tratta di erbacce: ma in ogn’una di esse è nascosta una ricchezza spesso sconosciuta e vitale per la nostra sopravvivenza : si chiama biodiversità !

21 agosto 2022

Le more di agosto
(Testo e foto di Renato Perillo)
 

Non si tratta di belle signore dai capelli scuri sulla spiaggia, ma di altrettanto dolci frutti che maturano in questo periodo: le more di rovo.  Il rovo ( Rubus sp. ) è una pianta terribile : cresce con rapidità incredibile, ogni ramo forma un arco fino a toccare il terreno e la gemma apicale è radicante . In tal modo il rovo conquista continuamente nuovi spazi nel bosco, lungo le scarpate, nei terreni abbandonati e nessuno osa cibarsi delle sue foglie, salvo le larve di alcuni lepidotteri ( per esempio le bellissime Saturnie minori). I rami spinosi sono una barriera impenetrabile per l’uomo ma le siepi di rovo, che hanno una crescita a "capanna", lasciando ampi spazi "cavi" sotto i tralci, offrono riparo e protezione a piccoli uccelli e mammiferi. In Italia sono state segnalate 58 specie di Rubus, ma si tratta spesso di ibridi e varietà locali: l’attribuzione delle specie è pertanto estremamente difficile. Il rovo è odiato e temuto dai contadini per la sua invasività, ma le siepi, se gestite, proteggono ed arricchiscono il terreno e ospitano animali utili alla lotta biologica dai parassiti di interesse agrario. Il roveto è selvaggio, impenetrabile, suscita sentimenti di ostilità, al contrario di un roseto (entrambe le specie appartengono alla stessa famiglia, le Rosaceae).  Il rovo è citato nella tradizione biblica più volte: il roveto in fiamme di Mosè, il capro le cui corna si impigliarono nel roveto e venne sacrificato da Isacco al posto del figlio. La corona di spine di Gesù era probabilmente di giunco marino (Juncus acutus L.)  ma l'immaginario popolare ha sempre preferito il comune rovo, che é quindi una pianta molto rappresentata nell'iconografia cristiana. Roveti e rovi appaiono in affreschi a Firenze, Roma e in molte città d'arte, ed anche su pale d'altare, tele e tavole dell'arte sacra. Anche Botticelli e Raffaello usarono il simbolismo del rovo nelle loro opere ( Il roveto ardente) .  I fiori, di un delicato color rosa, sono visitati da numerosi insetti e forniscono polline e nettare, mentre i frutti (sono more composte da numerose piccole drupe) sono un prezioso alimento per gli abitanti dei boschi e delle campagne in un momento difficile, come la fine dell’estate. Uccelli, piccoli roditori e tanti insetti, anche grazie all’abbondanza di more, riescono a superare il passaggio fra la siccità estiva e le prime piogge autunnali che riporteranno refrigerio e nuova vita. Essendo visitati da tanti insetti, tra le foglie si annidano terribili predatori a 8 zampe, ragni che aspettano pazientemente che ignare farfalle si posino su fiori e frutti. Anche le vespe visitano i frutti del rovo, sia per suggere il loro dolce succo che per predare qualche insetto di passaggio. Assieme a fragole, mirtilli, lamponi e ribes le more di rovo formano un eterogeneo gruppo detto “ frutti di bosco “, tanto utilizzati per le marmellate ed i dolci. Nel passato erano preziosa fonte di nutrimento non solo per gli uccelli ma anche per contadini e montanari, ancora dediti alla raccolta di frutti spontanei. “ Non c’è rosa senza spine “ si dice per evidenziare come ogni aspetto della vita abbia due facce, di cui una spiacevole e dolorosa.  Forse è proprio per l’ambivalenza dei rovi, spinosi ma dai bei fiori e ottimi frutti, che questa pianta divenne simbolo della facoltà di decidere degli uomini, portati per il male ma capaci anche del bene.

 

   

 

21 luglio 2022

Un demone in fondo al calice !

(a cura di Renato Perillo)

Muri, inferriate arrugginite, recinzioni improvvisate, sono tutti supporti utili per i convolvoli, delicate ma invadenti piante rampicanti, che sfruttano qualsiasi sostegno per raggiungere la luce e mettere in mostra i loro splendidi fiori ad imbuto, bianchi, delicatamente rosa o di un bel blu intenso. I convolvoli dai fiori blu appartengono al genere Ipomea (I. purpurea), di origine centro-sud americana, diffusi in Europa per i bellissimi colori e per la loro capacità di creare rapidamente siepi e pergolati. I bei convolvoli blu hanno parenti importanti: la patata dolce (Ipomea batatas), alla base dell’alimentazione di milioni di persone in Centro-Sud America e Asia, e la Ipomea violacea, i cui semi contengono sostanze allucinogene di derivazione ergotaminica (ergina). L’uso mistico-religioso è antichissimo e risale agli Atzechi nelle loro cerimonie di divinazione. Fino a pochi anni fa il caso dell’ipomea era un’anomalia fitochimica: infatti questi alcaloidi, in altre piante, vengono in genere prodotti non dal vegetale ma da funghi e non vi era traccia di infestazione fungina in Ipomea. Ben noto è infatti il caso della “segale cornuta“, una malattia fungina che colpisce le cariossidi di questa graminacea e che ha provocato, fin dal Medioevo, estese epidemie di ergotismo o “ fuoco sacro “, con allucinazioni anche violente, o fenomeni di gangrene dovute al potente effetto di vasocostrizione periferica degli alcaloidi tossici, in persone che si nutrivano regolarmente di farine infestate, specie in Centro e Nord Europa. I semi mostrano escrescenze simili a cornetti, da cui il nome “cornuta” ( ergot in francese significa sperone ), prodotti dai funghi. La segale è una graminacea coltivata in zone fredde ed umide per usi non commerciali e consumata dai contadini più poveri, a differenza del frumento, venduto o utilizzato per la panificazione delle classi più abbienti. Per tali motivi i fenomeni di allucinazione collettiva,associati alle condizione di bassa scolarizzazione, condussero alla loro interpretazione mistico-religiosa fin dal 1300, sfociati per esempio in una famosa caccia alle streghe alla fine del ‘600 negli Stati Uniti, (il processo alle streghe di Salem), in cui le allucinazioni dovute alle sostanze tossiche, vennero interpretate come possessioni demoniache. Solo alla metà dell’800 un botanico francese scoprì il complesso ciclo vitale dei funghi (Claviceps purpurea) che infestavano la segale e spiegò il fenomeno dell’ergostimo. Dopo oltre un secolo in Germania furono caratterizzati e sintetizzati gli alcaloidi allucinogeni, tra cui l’LSA e LSD. Alcuni derivati ergotaminici sono stati usati a scopo farmacologico per la cura delle emicranee, oggi quasi in disuso per il basso indice terapeutico. Ed anche nella nostra Ipomea si è scoperto essere un fungo a determinare gli effetti allucinogeni dei semi di questo bellissimo fiore blu. Molto probabilmente quindi, le siepi e i pergolati di Ipomea sono innocui. E infatti il legislatore considera l’ergina un allucinogeno ma pianta, fiori e semi non sono soggetti ad alcun controllo o limitazione. Godiamoci quindi serenamente le bordure blu di Ipomea, sapendo però che in fondo al quel calice potrebbe nascondersi un demone!

 Foto di Renato Perillo

 

21 giugno 2022

Le signore in rosso !

Percorrendo con l’auto strade appena fuori città, in primavera e in estate, talvolta macchie rosse ci distraggono e gli occhi, per un attimo, si concentrano più sui fiori che sul traffico (a me capita spesso, ma non è consigliabile farlo ). Se si ha la fortuna di non avere fretta, conviene fermarsi ed avvicinarsi al bordo strada. Si tratta dei comuni, ma pur sempre bellissimi papaveri rossi, i rosolacci. Guardando più con attenzione, tra i delicati petali rossi che il vento muove come le gonne delle ballerine di flamenco, si potrebbero scorgere spighe rosa carico, porpora o scarlatte. Ed allora si è davvero fortunati: abbiamo trovato anche i gladioli italici. Indicati fino ad alcuni decenni fa nei manuali di agronomia come infestanti, specie del grano, oggi sono piante relativamente rare, a causa del diserbo chimico e delle arature intensive. Il nome fa riferimento alla forma delle foglie, che ricordano la corta spada dei legionari romani, il gladio.

La bellezza e il portamento del gladiolo sono stati fin dall'antichità un forte richiamo per gli amanti del bello e le fanciulle, in procinto di sposarsi, ricevevano una coroncina di gladioli dalle amiche, perché portasse loro felicità ma ricordasse anche il senso di tristezza per l'allontanamento. Con questo duplice significato, più tardi, lo si regalava a chi ci aveva colpito, nel bene ma anche nel male. Nel linguaggio dei fiori simboleggia la forza di carattere ma anche la diffidenza a sottolineare, come spesso accade per le piante, l'ambivalenza degli opposti uniti. Molte varietà sono coltivate per abbellire aiuole e giardini, ed anche Van Gogh ne fu attratto tanto che li immortalò in un suo famoso dipinto. Pianta mellifera, viene impollinata solo da insetti dalla “lingua lunga”, in genere farfalle notturne.

Il papavero è invece ancora comunissimo, per fortuna ; la primavera e l’inizio dell’estate sono tinti dal suo bel rosso vivo. Ha una corolla delicatissima e, se colto, appassisce rapidamente. Anche i papaveri sono stati ispirazione per poeti e pittori. La base dei suoi petali mostra un intrigante disegno nero a croce che altro non è che una pista di atterraggio per i pronubi. Molti insetti, tra cui le api, non vedono il rosso, ma sono sensibili ai raggi UV. Le macchie nere sono invece ben visibili (appaiono blu) e sono poste proprio in corrispondenze degli stami ricchi di polline: una vera e propria insegna luminosa che dice: il ristorante è aperto! I comuni papaveri rossi, a differenza dei cugini dalla corolla rosa, non contengono oppio. Il nome sembra indichi proprio “pappa per bambini“. Infatti anticamente si era soliti somministrare piccole quantità di papavero da oppio per conciliare il sonno ai piccini (il papagno, nel vernacolo partenopeo). I semi, anche quelli del papavero da oppio, sono invece aromatici ed innocui, e venivano usati per condire il pane. Tutta la pianta del rosolaccio, prima della fioritura, entrava a far parte di minestre o di altri piatti della tradizione contadina. Presso gli anglosassoni i papaveri sono il simbolo dei soldati caduti sul campo di battaglia durante la prima e la seconda guerra mondiale. In Inghilterra e nei paesi del Commonwealth, in occasione delle celebrazioni del Remembrance Day di novembre, conosciuto anche con il nome di Poppy Day (Giorno dei Papaveri), i veterani appuntano un fiore rosso sull’occhiello della giacca in memoria delle vittime dei due conflitti mondiali. Ma la tradizione inglese sembra abbia origini ancora più antiche: infatti anche Gengis Khan era solito spargere i campi di battaglia con i petali dei papaveri rossi in onore dei suoi soldati caduti.  “Dormi sepolto in un campo di grano non è la rosa non è il tulipano che ti fan veglia dall’ombra dei fossi ma son mille papaveri rossi”. F. De Andrè – La guerra di Piero.

Campo di gladioli e papaveri ( S.Angelo in Formis , aprile 2022)

 

Foto di Renato Perillo

 

21 maggio 2022

I trifogli a cura di R.Perillo

Il tre, si sa, è un numero magico anche nelle culture moderne, ma nel passato era il numero più importante: il triangolo e le terne pitagoriche, la Trinità , i Re Magi, la triade orientale cielo-terra- uomo.

E quindi le piante trifogli hanno sempre destato interesse ed affascinato gli uomini. Si pensi, per esempio che i Celti consideravano il trifoglio un potente alleato magico. Ed infatti San Patrizio, nella sua opera di evangelizzazione dell'Irlanda, lo usò proprio come simbolo divino, forse perché la pianta era già considerata sacra e quindi sincreticamente già pronta all'uso simbolico. Ogni tanto, ogni 5000 trifogli compare un mutante che di foglie ne ha quattro. Le tre foglioline del comune trifoglio rappresentano rispettivamente la speranza, la fede e l'amore, così alla quarta non si potè che attribuire la fortuna.I trifogli sono piante foraggere perché ricche in proteine ed essendo leguminose, hanno la caratteristica di fissare l'azoto atmosferico nel suolo rendendolo disponibile per le successive coltivazioni. Dal punto di vista farmacologico i trifogli sono molto interessanti; da essi è possibile estrarre fito ormoni, simil estrogeni, utilizzabili nella gestione dei disturbi della menopausa, ma la medicina popolare li conosce da millenni per le proprietà antireumatiche, depurative, oftalmiche, detergenti e toniche, per i distrurbi della digestione e le diarree ostinate, per le infiammazioni delle vie respiratorie e per i reumatismi mentre per uso esterno hanno azione antisettica. Gli antichi dicevano guarisse addirittura dai morsi velenosi. È pianta alimurgica (ovvero una spontanea commestibile)  e, in tempo di carestie, i fiori venivano macinati in una farina proteica che si poteva usare anche a crudo per integrare l'alimentazione. Le parti verdi e le radici sono invece difficilmente digeribili crude ed è quindi preferibile passarle in acqua bollette una decina di minuti per poi farne torte e minestre.Un tempo si produceva una bevanda rinfrescante aggiungendo al vino, scorze d'arancia e fiori di trifoglio; servito freddissimo era un dissetante aperitivo. Il miele monofiorale di trifoglio sembra essere una prelibatezza ma é sempre più difficile da trovare; Il trifoglio è largamente impiegato come coltura da rotazione agraria, soprattutto T.pratense dai fiori rossi , e rappresenta un'importante fonte di nettare per gli insetti impollinatori (bombi e farfalle) ma la profondità del tubo corollino impedisce alle api da miele di raggiungere il nettare. La corolla del T.repens, dai fiori bianchi, ha una forma più adatta alla ligula di questi preziosi imenotteri domestici, ma oggi è difficile trovare estensioni a trifoglio bianco e quindi è difficile si possa ottenerne miele per il mercato.

Foto di R. Perillo

 

21 aprile 2022

Il Lino , tra mito e storia

La mitologia greca ci racconta che la mitica filatrice lidia Aracne inventò il filo di lino. La sua maestria era pari alla sua presunzione, fino a sfidare la dea Atena, vera detentrice dell’arte della filatura. Vestiti i panni mortali, la dea accettò la sfida di Aracne e tesse un arazzo in cui celebrava gli dei e puniva la superbia umana. La filatrice rispose con un’opera in cui sbeffeggiava le divinità per i loro difetti terreni, libertini ed egoisti. Stanca di tanta sfrontatezza, Atena trasformò la donna in un ragno, condannandola ad una vita da “ filatrice “.

Il lino, nella realtà, è una fibra vegetale, tra le più antiche scoperte tessili dell'uomo, che la utilizza da 10000 anni; è anche tra le fibre più resistenti, seconda solo alla canapa ma non molto elastica. I tessuti ottenuti con essa sono però resistenti e duraturi, luminosi, igroscopici e quindi morbidi ed estremamente fini. La tecnica produttiva si è molto evoluta arrivando ad essere industrializzata verso la metà del XIX secolo ma ha mantenuto, anche oggi, pratiche che derivano dalla tradizione: la macerazione degli steli, ad esempio, viene ancora fatta lentamente, in acqua come si faceva millenni fa e la raccolta della fibra più pregiata deve essere svolta a mano perché si estrae la pianta intera compresa di radici. Non è da sottovalutare nemmeno l'azione medicinale, soprattutto dei semi, emollienti e lassativi. Sfarinati e impastati in cataplasma venivano spalmati sul petto dei bronchitici. L'olio è anche una buona fonte potenziale di acidi omega3 ma l'uso alimentare non è molto comune perché questo tipo d'olio è molto reattivo, irrancidisce e si ossida rapidamente producendo cataboliti potenzialmente pericolosi. Dall'olio cotto estratto dai semi, i pittori del passato ottenevano un legante che rendeva più brillanti le tempere. Oggi l'olio di lino è utilizzato come essiccante e fissativo nell'industria delle vernici ed è la base per materiali come il linoleum ma produce una reazione esotermica a contatto con la luce e l'aria. Stracci imbevuti d'olio cotto, lasciati al sole possono autoinnescarsi e provocare incendi.

Il lino si trova comunemente sulle nostre colline, dove cresce spontaneo ma passa relativamente inosservato perché è una piantina alta 30 o 40 centimetri, esile e con fiori di un bellissimo celeste, ma poco appariscenti. I granuli pollinici sono di un bel colore azzurro e contrastano nettamente sulla corolla delicata e con fini venature più scure, che invitano i pronubi verso il calice dove è nascosto il nettare, con cui la pianta ripaga l’insetto per il suo contributo alla fecondazione e quindi alla perpetuazione della specie. A volte guardare in basso rivela una ricchezza ed una bellezza pari a quella che si scopre osservando il cielo di notte.

   

 

21 marzo 2022


Questo ossigeno ... è un catastrofe - parte 2  ( a cura di Renato Perillo )

Per altri 2 miliardi di anni le alghe azzurre o cianobatteri (il cui nome scientifico è Cianoficee) riempirono l’atmosfera di ossigeno e, circa 500 milioni di anni fa, queste condizioni permisero la grande esplosione di vita del periodo Cambriano. In quegli anni “ruggenti“ la vita si diversificò, dando inizio a tutti i gruppi di invertebrati e vertebrati marini che ancora oggi conosciamo. Dalle Cianoficee si svilupparono le prime alghe dotate di nucleo e i protozoi. E da questi, dopo infiniti esperimenti, piante pluricellulari sempre più complesse. Lentamente queste conquistarono la terra emersa, liberandosi dalla schiavitù dell’acqua per la riproduzione. Muschi, licopodi, le grandi felci e poi le conifere, apparvero su una Terra inquieta, i cui continenti continuavano ad andare alla deriva su mari primordiali. Ed infine gli insetti, circa 400 milioni di anni fa e dopo circa 150 milioni di anni, le piante con fiori ! E nulla più riuscì a fermare la vita. Anche se molti altri eventi catastrofici si susseguirono, 5 estinzioni di massa, catastrofi geologiche,  caduta di meteoriti, glaciazioni, sollevamento dei mari, la vita era sempre più forte e risorgeva con nuove proposte, con idee innovative per adattarsi alle condizioni climatiche e geologiche modificate. Il tutto avveniva, come abbiamo visto, in tempi che si misuravano in decine o centinaia di milioni di anni. Oggi, un altro organismo biologico, ben più grande e complesso di una Cianoficea, l’uomo, sta operando, nel giro di pochi decenni, un nuovo, terribile esperimento, che sta conducendo alla sesta estinzione di massa, modificando il clima con l’immissione di abnormi quantità di gas serra. E, paradossalmente, tra gli esseri viventi che rischiano di sparire, c’è lo stesso autore. Molto probabilmente la vita risorgerà da qualche pozza limpida dove le alghe azzurre, con pazienza, ricominceranno a pompare via l’anidride carbonica contribuendo, nell’arco di qualche decina di milioni di anni, al ripristino di condizioni più favorevoli. Tanto la Natura non ha fretta. E la giostra della vita ricomincerà a girare. Ma forse senza di noi.  

Il 21 marzo inizia la primavera. E' la stagione dei fiori e dei nuovi amori. E per celebrarla il WWF Caserta racconta la primavera attraverso alcune immagini che ci ricordano quanta bellezza ci circonda e potremmo perdere .  

   

 

21 febbraio 2022


Questo ossigeno ... è un catastrofe - parte 1  ( a cura di Renato Perillo )

L’ambizione di molti di noi è fuggire dal traffico e dall’inquinamento delle città per rifugiarsi in un bosco per poter respirare a pieni polmoni aria ricca di ossigeno, grazie al lavoro silenzioso degli alberi. Ma torniamo indietro nel tempo, diciamo a circa 3,5 miliardi di anni, quando la nostra Terra era ancora giovane e aveva solo 1 miliardo di anni: l’atmosfera era ben diversa rispetto ad oggi e, grazie all’imponente attività vulcanica, era ricca di metano, anidride carbonica,  composti gassosi dello zolfo, idrogeno e tanta acqua in vapore. Nei mari primordiali e vicino alle fumarole vulcaniche proliferavano batteri che si “ nutrivano “ di solfuri e di anidride carbonica, innescando una catena alimentare molto semplice. Tra questi batteri emerse, circa 2,9 miliardi di anni fa , come sempre per caso, uno strano organismo di colore verde-blu, un cianobatterio, che aveva messo a punto un sistema diverso per nutrirsi, usava l’acqua al posto dei solfuri e riusciva in tal modo a trasformare l’anidride carbonica in zuccheri semplici: l’energia per questo complesso processo veniva fornita dai pallidi raggi solari. Era nata la fotosintesi ! Invece di liberare zolfo, i cianobatteri avevano come prodotto di scarto metabolico una molecola velenosissima per questi tempi , l’ossigeno. Per i primi 4-500 milioni di anni, nessuno si accorse di quanto accadeva, perché, appena prodotto, l’ossigeno reagiva con idrogeno, metano, zolfo, con metalli come il ferro e tutto quanto si trovava sulla terra e nei mari. Questo nuovo gas iniziava lentamente a trasformare, ad “ossidare“ l’atmosfera e la superficie terrestre !  Era iniziata la catastrofe dell’ossigeno, un evento che portò alla prima estinzione di massa ed anche alla prima glaciazione, circa 2,4 miliardi di anni fa. Infatti quegli esserini di 10 micron, producendo ossigeno, determinarono l’avvelenamento di molti batteri anaerobi che avevano vissuto beatamente fino a quel momento e i superstiti furono costretti a rifugiarsi vicino ai camini vulcanici in superfice o sui fondali marini, dove tutt’ora proliferano. Inoltre la fotosintesi consumava grandi quantità di anidride carbonica mentre l’ossigeno reagiva con il metano, due potenti gas serra. L’atmosfera, con un ridotto tenore di gas serra e poco riscaldata da un sole giovane ed ancora “ tiepido “, si raffreddò e la Terra divenne un’immensa palla di ghiaccio. Fu un esperimento terribile, operato da esseri insignificanti (tuttora abbondanti sia in acque dolci che salate) che però gettarono le basi per lo sviluppo di organismi più complessi, quelli che respirano questo “veleno” chiama ossigeno. Ma come andrà a finire questa storia ? Alla prossima puntata.

Cionoficee  ( fonte : https://www.microbiologiaitalia.it/didattica/le-alghe/)

 

21 gennaio 2022

I fiori di gennaio ( testo e foto di Renato Perillo )

A fine gennaio cadono  i “ giorni della merla “ ( vedi Gocce di Natura gen 2020, a cura di Teresa Leggiero ), il sole è ancora basso sull’orizzonte e l’inverno è lungi dal finire mentre il freddo ed il vento sono ancora pungenti e i monti sono pieni di neve. Eppure alcune piante, sfrontatamente, mostrano le prime fioriture. Passeggiando sul Tifatini non è raro incontrare, in questo periodo, i fiori compositi delle Asteracee, come il grespino comune , o quelli color limone dell’acetosella. Proprio qualche giorno fa mi ha colpito una siepe in piena fioritura : era il temibile senecio africano , un pianta alloctona dalla vivace fioritura giallo oro, che sta invadendo le nostre coste e le colline. Sui bei fiori già volano le prime eristalis, dei mosconi che si nutrono di nettare e polline al pari delle api e che si “ vestono “ proprio come api e vespe , per ingannare possibili predatori ( mimetismo batesiano) che, ben conoscendo i pungiglioni degli imenotteri, li evitano. Nascosti tra l'erba secca si affaccia anche la velenosa mercorella, una piantina insignificante, con fiori verdognoli e poco appariscenti. Si tratta però di un vegetale interessante perché porta i fiori maschili e femminili su piante diverse ( specie dioica ). Contiene, al pari delle consorelle della Famiglia delle Euphorbiaceae, un discreto arsenale di sostante tossiche, tanto da avere davvero ben pochi nemici; eppure è possibile produrre decotti con effetto diuretico, lassativo ed antireumatico. Anticamente il succo fresco delle foglie veniva utilizzato per interrompere la lattazione delle nutrici. Tra le rocce calcaree qualche bocca di leone già comincia timidamente a fiorire e, subito sotto, nel prato ancora umido di brina, l’erba viperina , prima ancora di crescere alta con il suo fusto peloso, mette in mostra i suoi vessilli blu. Sui dirupi, affacciata sulla valle, la valeriana rossa è invece in piena vegetazione. Tante foglie e capolini di fiori rossi, pronti ad accogliere i primi insetti. Ma la sorpresa più bella è stato scoprire i primi fiori della regina della primavera, la ginestra odorosa, lo spartium, i cui fiori a forma di farfalla, al caldo del sole della tarda primavera, emanano un profumo dolce ed inconfondibile. E dire che contiene citisina, un alcaloide tossico dagli effetti diuretici e purgativi, che ad alte dosi, è estremamente pericoloso  ! Un attimo di illusione primaverile, ma una folata di gelido vento dell’est mi ha ricordato che è ancora gennaio … brrrrr.

grespino

acetosella

senecio

 

mercorella ( maschio)

 

bocca di leone

 

erba viperina

 

valeriana rossa

 

ginestra odorosa

 

    

 

21 dicembre 2021

L’amaranto , magia invernale.

E’ un pianta erbacea originaria del Centro – Sud America, era definito dagli Aztechi come “il misterioso grano” o “il grano degli Dei”; i semi erano conosciuti per le alte qualità nutrizionali ed energetiche. Utilizzato anche nei rituali religiosi, l'amaranto veniva impastato con farina di mais ed utilizzato per forgiare delle figure antropomorfe che richiamavano gli idoli celebrati; le figure erano poi consumate al termine del rito propiziatorio.

La farina che si ricavava dai semi era talmente importante per l’alimentazione delle popolazioni locali che la sua coltivazione venne ostacolata dai Conquistadores agli inizi del sedicesimo secolo, sia con l'obiettivo di imporre la sostituzione delle coltivazioni autoctone con le sementi europee, di maggior interesse per i colonizzatori, ma anche per disgregare le comunità colpendo la cultura religiosa originale e aprendo la via alla conversione cattolica.

Considerato una “ pseudograminacea “, è privo di glutine, è ricchissimo di proteine, vitamine e sali minerali e contiene aminoacidi essenziali di cui è privo il frumento. Viene coltivato per uso commerciale nelle Americhe ed in Europa dell’Est.

La specie selvatica che vive in Italia è molto comune, rustica, resistente ai parassiti e vegeta per tutto l’anno.  La si trova  lungo i marciapiedi, nei coltivi abbandonati, al limite delle aree agricole, tanto che, assieme al  suo parente “ farinello” , di cui si è parlato in precedenza e appartenente alla stessa famiglia,  è considerata l’ennesima erbaccia invasiva da distruggere. Le specie coltivate, a maggiore resa, sono di grande aiuto per esempio per i celiaci ed in genere come cibo salutare per tutti. Dai semi se ne ricava una farina che può essere usata da sola o miscelata a quella di frumento, orzo o riso. I semi saltati in padella producono una variante di pop-corn per chi non tollera il glutine. Alcune specie mostrano spighe dai bellissimi toni di amaranto, tanto da essere coltivate come ornamentali.

Se passeggiando scorgere questi frusti eretti con le spighe piegate ( da cui il nome amaranto retroflesso ) fermatevi ad osservare queste simpatiche piantine il cui nome ha una etimologia dubbia. Potrebbe derivare dal greco a-maraino ovvero “non appassisco” ( le spighe sono molto durature )   oppure dal latino “ amor “ e “ anthos “ ovvero fiore dell’amore. Il nostro amaranto è cosmopolita e veniva utilizzato in culture molto diverse come pianta magica e protettiva, per chiedere benevolenza agli dei e tenere lontane le sventure. Tutte queste credenze probabilmente derivano sia dalla rusticità e robustezza della pianta ma anche dal benessere fisico che donava a chi se ne cibava, viste le sue notevoli proprietà nutritive. E’ intrigante pensare che il bordo di un marciapiede può nascondere una pianta “ magica “ !

Articolo a cura di Renato Perillo

Foto di Renato Perillo

 

21 novembre 2021

La piante e la lunga lotta contro la malaria

 

 

All’inizio del XVII secolo alcuni missionari gesuiti in Perù appresero dagli indios locali che la corteccia triturata di un albero che viveva nelle foreste andine , la Cinchona o albero della china, era efficace per via orale sulla febbre. Ci vollero circa 200 anni perché due ricercatori francesi, Pierre Joseph Pelletier e Joseph Bienaimé Caventou, riuscissero ad estrarre il principio attivi a cui diedero il nome di chinino e che combatteva efficacemente la malaria. Il nome deriva dalla parola originale quechua, usata per la corteccia dell'albero Cinchona, "Quina" o "Quina-Quina". In Italia apparve nel 1612. Solo un secolo più tardi Federico Torti  avrebbe descritto le caratteristiche del chinino come farmaco e avviato l'uso medico-terapeutico. Torti, medico modenese, fu il primo ad elaborare una classificazione delle febbri malariche e ad aumentare l’efficacia del chinino modificando dosaggi e tempi di somministrazione. La storia del chinino corre parallela a quella di donne e uomini che hanno vissuto e vivono in zone malariche, fino ai giorni nostri, anche se in buona parte è stato sostituito da farmaci di sintesi (tra cui la clorochina) a cui però il Plasmodio della malaria, sta mostrando resistenza.

 

 

 

 

 

( fonte Wikipedia )

 

 

 

 

Dall’altro capo del Mondo, in Cina, la medicina tradizionale utilizzava da secoli gli estratti di una pianta comune e da noi infestante, l’Artemisia annua, ( una Composita della stessa famiglia della margherite e il cui polline provoca importanti reazioni allergiche ) come febbrifugo. Grazie alle ricerche della farmacista Tu Youyou  nel 1972 venne estratto un principio attivo, l’artemisinina, che dimostrò un’ elevata efficacia contro i plasmodi della malaria. Grazie a questa scoperta la scienziata cinese fu insignita del Nobel per la Medicina nel 2015. Questa sostanza non ha alcuna parentela chimica con il chinino ed ha un meccanismo completamente diverso ( il chinino agiste sul DNA del protozoo mentre l’artemisinina uccide le cellule del parassita grazie alla formazione di radicali liberi). Questa sostanza naturale sembra essere promettente anche come antitumorale. Un’altra specie di artemisia, Artemisia absinthium, è nota come assenzio maggiore: gli estratti di foglie e fiori vengono usati nell’industria degli alcolici come componenti fondamentali del Vermouth.

 

 

 

 

 

 

( fonte Wikipedia )

 

 

 

 

E’ di questi giorni la notizie che è stato approvato l’uso del primo “ vaccino “ per la malaria, di derivazione ancora una volta vegetale. Si tratta di un estratto di corteccia di un albero che vive nelle zone calde del Cile, la Quillaja saponaria , l' albero della corteccia di sapone, così denominato perché dalla sua corteccia si estraggono saponine, sostanze schiumogene, da sempre usate dalla popolazioni locali per la cura del catarro. La Quillaja era già stata utilizzata in diversi prodotti farmaceutici, tra cui il vaccino antiCOVID-19 Novavax.

 

 

 

 

 

 

( Fonte Wikipedia )

Ancora una volta la Natura ci tende la mano : le piante forniscono da sempre all’uomo riparo, materie prime, farmaci, cibo, ombra. E continuano a farlo.

Oggi, per esempio, sappiamo che i boschi urbani regolano la temperatura e l’umidità, sono barriere ai rumori e catturano le polveri sottili, ci regalano l’ossigeno ed al contempo sono pompe efficienti e a buon mercato, per sottrarre anidride carbonica dall’atmosfera, ospitano uccelli, piccoli mammiferi e insetti, aumentando la biodiversità e quindi la resilienza del bosco stesso. Le piante in città innalzano il valore degli immobili e riducono addirittura la criminalità. Non chiedono molto in cambio : un po’ d’acqua nelle estati torride soprattutto quando sono giovani, una potatura leggerissima per non deturparle, il rispetto delle loro radici e maggiore sapienza nella progettazione delle alberature urbane ( per non dover poi accusare le piante di devastare i marciapiedi , di cadere o “entrare” con i loro rami negli appartamenti ). In fondo è ben poca cosa per esseri viventi che hanno reso possibile la vita sulla Terra, come la conosciamo oggi e che , dopo un miliardo di anni, ancora ci sostengono e ci aiutano pazientemente, nonostante tutti i tentativi dell’Uomo per rendere loro difficile l’esistenza.

 Testo a cura di Renato Perillo

21 ottobre 2021

Il farinello comune o chenopodio.

( a cura di Renato Perillo )

Ai margini di un campo coltivato oppure in una zona industriale abbandonata, lungo una strada trafficata oppure in collina, non è difficile imbattersi nel chenopodio bianco, meglio noto come farinello comune. Il nome comune deriva dalla peluria biancastra sulla pagina inferiore delle foglie, che sembra infarinata. Mentre il nome scientifico, Chenopodium, significa “piede d’oca “ ( il nome comune anglosassone è infatti white goosefoot ), per la forma delle foglie che ricorda appunto la zampa palmata dell’oca.

E’ un parente stretto degli spinaci di Popeye (stessa famiglia, Chenopodiaceae) e, come le straordinarie verdure di Braccio di Ferro, è ricco di ferro, vitamine A, C e del gruppo B. Nella tradizione gastronomica nostrana si consumano i giovani germogli ma anche le foglie della pianta ormai cresciuta. È possibile utilizzarle crude, cotte, lessate o al vapore, oppure ripassate in padella. Sono perfette per preparare molteplici pietanze, come risotti, insalate e zuppe; ripieno per ravioli (usate specie in Toscana), cannelloni e torte salate o per insaporire gli gnocchi.

I piccoli semi neri sono ricchi dell’aminoacido essenziale lisina, precursore della niacina, la vitamina B3 o PP (antipellagra). E’ una pianta cosmopolita: per esempio in molti stati caldi americani, i nativi usavano le foglie bollite per le minestre ed i semi sfarinati per preparare una specie di polenta, miscelandola ad altre farine o cotti interi come fosse riso. Sono stati ritrovati semi perfino in accampamenti preistorici, il che dimostra da quanto tempo questa pianta faccia parte della dieta umana. Ogni individuo produce migliaia di semi che rimangono vitali per decenni e per tale motivo viene considerata un’erbaccia, anche per le sue capacità di resistere e vegetare in condizioni non ottimali per altri vegetali. Viene combattuta per anni come infestante ma si ritrova nei menù di prestigiosi ristoranti, come l’Ecluse della centralissima Place de la Madeleine a Parigi.

Coltivata in periodi di carestia, ha salvato la vita a migliaia di persone in diverse parti del Mondo, proprio grazie al fatto di essere “infestante”.  Oggi, accanto ai più nobili spinaci, viene coltivato anche il “buon Enrico“ (Chenopolium bonus-henricus): sembra che l’epiteto specifico fu assegnato da Linneo per onorare Enrico IV di Navarra, chiamato appunto dai francesi “Le bon Henry” , che tra l'altro fu un protettore dei botanici. Un’altra specie del genere Chenopodium, la quinoa detto anche riso minore, è ormai entrata, anche se a prezzi elevati, nell’alimentazione salutista del mondo occidentale. Il nostro “ farinello “ non è da meno, ma a  chilometri e costo “ 0” !

Curiosità: nella tradizione campana si dice Fareniello una persona che eccede in alcuni comportamenti: nel fare moine, un bellimbusto senza ritegno, un tombeur de femmes che si sforza di sembrare una persona simpatica e spiritosa, risultando infine odiosa ed irritante, insomma un “narciso”. Il termine viene usato, nella Lingua napoletana, anche per designare una persona che vuole dare un’immagine di sé che non corrisponde a quella reale, non è ciò che appare. L’origine del termine è interessante e proviene dal mondo del teatro. Nella commedia dell’arte c’era spesso un personaggio che interpretava il dongiovanni, piacone e donnaiuolo. Peccato che, con il passare degli anni, l’attore invecchiava ed i segni del tempo diventavano evidenti sul suo viso. Per mascherarli e tornare ad essere giovane ( in pratica apparire ciò che non si era più ) gli attori meno abbienti usavano la farina al posto dei ceroni da teatro per nascondere le rughe. Ed ecco spiegato il significato del nome, nato dalla fervida fantasia partenopea.

E il nostro farinello ha subito la stessa sorte. Appare una terribile infestante, mentre potrebbe essere un ottimo componente di zuppe e polente. La vecchia famiglia botanica del Chenopodio oggi è stata inserita in quella delle Amarantaceae. E uno dei suoi generi più comuni, l’amaranto, condivide con il farinello sia l’essere considerato una terribile infestante che l’essere un ottimo cibo ! Ma di questo ne parleremo un'altra volta.

          

( Foto a cura di Renato Perillo )

21 settembre 2021

BIODIVERSITA’ è difficile fare conservazione e protezione della Natura con le “tempeste di fuoco”.

(a cura di Raffaele Lauria - Delegato WWF Italia per la Campania)

Le “tempeste di fuoco” del 2021 rappresentano un attacco allo Stato, alla Vita e al Capitale Naturale - nel mese di agosto, (fonte il Sole 24 ore) l’Italia è al 1° posto in Europa per incendi (103.000 ha - estensione quanto tutto il Comune di Roma). In più nel territorio casertano in particolare, ma abbastanza diffuso in tutta la Campania, la situazione viene aggravata dal binomio roghi-rifiuti: una miscela esplosiva. Il criminale abbandono dei rifiuti ai margini delle strade rende più veloce e pericoloso il propagarsi degli incendi: quando si interviene per lo spegnimento dei focolai, i vigili del fuoco si trovano di fronte a vere e proprie bombe incendiarie causate dall’abbandono di barattoli di vernici, di solventi e di altre sostanze altamente infiammabili che con l’alta temperatura tendono ad esplodere e a mettere , ancora di più in pericolo l’incolumità degli operatori impegnati a soffocare gli incendi.

Per fermare le “tempeste di fuoco”, è indispensabile un'azione forte durante tutto l'anno e spezzare gli interessi illeciti che alimentano i roghi. Il reato di incendio va elevato a crimine di natura e tentato omicidio.

Il circuito diabolico degli incendi.

La puntualità e la sintonia con le condizioni meteorologiche avverse, la contemporaneità, la metodicità, la “professionalità” e la spudorata consapevolezza di impunità, rendono indubbio il fatto che siamo dinanzi un’entità organizzata, “cosciente” e “pensante”, in grado di “pianificare” gli incendi a fronte di ben precisi obiettivi che vanno ricercati in disparati interessi, grandi e piccoli.La risposta per combattere gli incendi deve essere anch’essa “pensata”, “pianificata” e adeguata a tutte le possibili cause che generano i roghi.Bisogna spezzare quella opaca area di interessi illeciti e criminali, che vede nel circuito diabolico “brucio, ottengo i finanziamenti, riforesto, ribrucio”, una fonte inesauribile da sfruttare all’infinito (il rimboschimento di un ettaro costa circa 5000 euro).Solo attraverso un cambiamento radicale del Sistema Forestale Regionale si potranno perseguire questi obiettivi.

In questo contesto è importantissimo organizzare una struttura di prevenzione, senza finalità politiche elettoralistiche e clientelari ma dotata di alta professionalità e forte motivazione (istituire le premialità, non a pioggia, ma solo se nel territorio di competenza della specifica squadra antincendio non ci sono roghi durante tutta la stagione a rischio). È indispensabile la presenza e il potenziamento dello Stato in tutte le sue forme (forze di Polizia, Magistratura Civile, Penale ed Amministrativa, Prefetture, ecc.) per costituire un sistema di intelligence e di controllo, dei costi e delle attività illecite. Le forze dell’ordine, Protezione Civile e i VVFF fanno un lavoro enorme su territorio vasto … ma come si fa a fronteggiare le tempeste di fuoco se, solo in provincia di Caserta, nella stessa giornata ci sono stati n.60 incendi di vasta portata? Il WWF ha chiesto di inasprire il reato di incendio elevandolo a crimine di natura e tentato omicidio.

Considerato che quando si chiede l’intervento dei canadair il destino della collina, del bosco e o della radura sono compromessi, il controllo del territorio e la prevenzione assumono una valenza strategica fondamentale.

Per il suddetto motivo è importante:

• Potenziare in modo urgente e per quanto possibile, il Corpo Forestale Regionale in uomini e mezzi e sincronizzare le attività della Protezione Civile Regionale con quelle del Servizio Antincendio Boschivo e i corpi militari dello stato.

• Intervenire presso i Comuni con aiuti o in casi di inadempienze con diffide, per metterli in grado di controllare più efficacemente il territorio e fare rispettare le ordinanze sugli incendi.

• Fare in modo che il catasto degli incendi venga aggiornato in tempo reale, sempre di concerto fra regione e Comuni, per potere applicare i provvedimenti di legge esistenti in materia, valido deterrente, questo, per l’appicco di altri incendi.

Innovazione. Pattugliamento del territorio con i droni: sono diffusi, costano relativamente poco e c’è un esercito di appassionati che di sicuro sarebbero disposti a dare un contributo in cambio di un’adeguata formazione, un riconoscimento della Regione Campania e un piccolo rimborso spese per gli spostamenti.

I vantaggi:

a) Tempi brevi per decidere l’entità dell’intervento richiesto

b) Gli operatori possono effettuare il monitoraggio in piena sicurezza.

c) Siccome i droni sono dotati di gps, è possibile effettuare mappatura rapida per gestire la fase post emergenza

d) Offrono una prospettiva privilegiata per prendere decisioni operative.

e) È un sistema economico.

Il WWF, a breve, si attiverà per chiedere alle istituzioni competenti, un’azione di prevenzione che inizi subito, dal mese di ottobre e non, come spesso accade, nel mese di giugno

 

21 agosto 2021

Signori, l’insetto è servito!

Oltre un quarto degli abitanti di questo pianeta si nutre già di insetti e sono circa 2000 le specie di insetti e artropodi commestibili. Parenti stretti dei più nobili granchi, aragoste e gamberi, gli insetti rappresentano da soli oltre la metà di tutti le specie animali note sulla Terra! Era ovvio che, vista la loro grande disponibilità specie in climi tropicali ed equatoriali, le popolazioni locali ne utilizzassero le carni “prelibate“. Del resto noi mangiamo da sempre lumache e i cugini gamberi e usiamo già, forse senza saperlo, anche una cocciniglia (che è un insetto) per colorare un liquore in uso in pasticceria fin dall’epoca dei Medici in Firenze, l’alchermes. Certo nutrirsi di insetti non è il massimo per i fini palati europei; gli chef stellati dicono che non fa parte della nostra cultura. Eppure nessuno si scandalizza del sushi e del sashimi, nati a quasi 10000 km dalle coste mediterranee, o degli ormai arciusati cibi spazzatura da fastfood, che con la dieta mediterranea poco ci combinano. La scelta della Comunità Europea di approvare la produzione e commercializzare, per ora, solo delle larve di un comune coleottero, il Tenebrio molitor (tarma della farina), non va certo nella direzione di voler sconvolgere le tradizioni culinarie continentali, ma solo di contribuire ad una maggiore sostenibilità del settore agro-alimentare. Non è un caso che il WWF ha lanciato nel 2021 la campagna “ Do eat better”, per sensibilizzare i cittadini sull’impatto delle nostre scelta alimentari che, da sole, contribuiscono all’80% della perdita di biodiversità e al 24% dell’emissioni di C02, oltre essere la prima causa della deforestazione. Come, penserete voi, un vermetto salverà il pianeta? Ovviamente no, o almeno non da solo. Uno studio della FAO stima ad esempio che per la produzione di un chilo di carne di vitello siano necessari 43000 litri di acqua e 150 Kg di anidride carbonica; invece per produrre la stessa quantità di proteine da insetti si immettono in atmosfera soltanto 15 Kg di CO2! I vantaggi esistono anche da un punto di vista nutrizionale in quanto gli insetti rappresentano alimenti di tutto rispetto se comparati alle carni. Dati alla mano, il contenuto proteico della carne di vitello è intorno al 22%, mentre invece quello di locuste e cavallette varia dal 18 al 32%; per i grilli va dall’8 al 25% e per i bachi si parla di numeri intorno al 15%. Ma non è tutto oro quello che luce. Vanno ben chiarite eventuali allergie (simili a quelle ai crostacei), l’intolleranza al glutine (Tenebrio si nutre di residui di farina e di pane), eventuali inquinamenti sia chimici che batterici negli allevamenti. Non dimentichiamo peraltro che negli allevamenti intensivi di bovini e pollame vengono somministrate tonnellate di antibiotici e che questo uso, e talora abuso, costituisce una delle concause dell’antibioticoresistenza sia negli animali che nell’uomo.

Difficilmente in Europa nel giro di pochi anni saranno serviti a tavola larve, cavallette, ragni e scorpioni come in Asia ed in Africa, ma le farine prodotte dagli insetti, ad alto contenuto proteico ed a più basso impatto ambientale, potrebbero costituire una valida alternativa alla devastante coltivazione di soia per uso zootecnico, aumentando quindi la sostenibilità degli allevamenti. E poi, chissà, potremmo trovarci qualche insetto nelle barrette ultraproteiche o in uno snack per sportivi! Di certo non possiamo precluderci questa possibilità solo per motivi pseudoculturali e, peggio ancora, di repulsione verso gli animali striscianti! Se si sapesse cosa mangiano le prelibate spigole (o branzini) di mare, (o peggio ancora i cefali !!) che spesso vivono all’imboccatura di porti e risalgono i fiumi, credo che nessuno più le considererebbe regine della tavola!  

Foto : https://www.researchgate.net/figure/The-mealworm-Tenebrio-molitor-A-Life-cycle-showing-larva-pupa-and-adult-Epic_fig2_338039207

Articolo di Renato Perillo - Vicepresidente Wwf Caserta

Rivista a cura di: Panda Team WWF Caserta

 

21 luglio 2021

Antonio Pellegrino, Consigliere del WWF Caserta, ha partecipato al gruppo di ricerca dei nidi di Caretta caretta sul litorale casertano, per il tratto da Baia Domitia verso nord. Quest’anno le tartarughe hanno “ premiato “ la Campania con 38 nidi accertati ad oggi,  di cui ben 10 nel casertano. Le uova di Caretta per schiudere hanno bisogno del caldo e i cambiamenti climatici stanno spingendo questi antichi rettili marini a deporre sempre più a nord, fin sulle spiagge del Veneto! Il lavoro svolto dai volontari di numerose associazioni ambientaliste, coordinate dalla Stazione Zoologia A. Dohrn di Napoli, sta dando i suoi frutti in termini di conoscenza e di tutela di questa specie che, se pur non ancora in pericolo di estinzione, soffre per la plastica in mare che scambia per cibo , per le reti fantasma in cui rimane impigliata, per gli incidenti con i natanti e per la sempre minore disponibilità di spiagge libere su cui deporre. Infatti i nidi si ritrovano spesso tra gli ombrelloni ed i lettini. Ma il continuo lavoro dei nostri volontari sta facendo il miracolo : sempre più gestori di lidi accettano con entusiasmo di ospitare i nidi ( che stanno diventando un’attrattiva turistica ! ), sempre più persone stanno capendo, grazie a Caretta, la necessità di ridurre l’uso e l’abbandono della plastica e l’importanza, in generale, di tutelare il mare. L’ultimo miracolo di mamma tartaruga è stato quello di riuscire ad aggregare giovani che, grazie alla passione di altri ragazzi per la salvaguardia della Natura , stanno scoprendo ed apprezzando i valori veri della Vita.

Nido di mamma : brevi esperienze dell’anima alla ricerca di Caretta caretta !

 La sveglia è alle 05.30 , una levataccia in verità, ma è necessario essere in spiaggia alle 06.00. Del resto un ottimo, e indispensabile, primo caffè , richiede il suo tempo ! Così  all’ora stabilita ci ritroviamo sulla passerella che conduce all’arenile, passando tra improbabili dune di sabbia, con la loro scarna vegetazione che lotta quotidianamente per resistere al sole cocente di lì a qualche ora.

Quello che si apre allo sguardo ricompensa e gratifica l’animo: il mare calmo con la sua voce ritmica e lenta, tipica delle prime ore del mattino, il fresco contatto dei piedi con la sabbia (le ciabatte sono già nello zainetto) che ti accompagnerà per un paio d’ore, gli ombrelloni chiusi e ordinati in bella mostra, ma soprattutto niente “umani “ , e zero rumori, solo la Natura di mare, cielo e spiaggia, che ti riempie senza stancarti mai.

E così, animati da tanta speranza, si inizia a percorrere il tratto stabilito, da Baia Domitia Sud in direzione nord, fino ad arrivare, forze permettendo, alla foce del Garigliano- diversi chilometri, forse sei – costeggiando prima gli stabilimenti ancora chiusi e poi il Camping Internazionale ed infine una secolare e fitta pineta con la sua consolidata fauna. Pineta che per essere definita bellissima e non solo bella, avrebbe bisogno di essere ripulita dalla plastica che, ahimè, siamo capaci anche qui di abbandonare in quantità enorme.

Lo sguarda, mentre procediamo, è rivolta a terra, un po’ avanti ai passi che compiamo, e carca una striscia di sabbia regolare, continua, di 30-40 cm, che testimoni la risalita, dal mare, faticosa perché sulla pancia, di una Caretta caretta, per qualche decina di metri, fino al punto in cui mamma tartaruga decide di deporre le sue uova, sperando, vale per lei come per noi, che sia quello il luogo più sicuro per il nido…

A volte capita di imbattersi in tracce dubbie. Purtroppo finisci presto col capire che sono quelle di un carretto di un ambulante del pomeriggio precedente o quelle di un trattorino da spiaggia che ha fatto le pulizia serali. Uno dei tanti “falsi allarmi”, ma si procede. In questo andare, a farti compagnia e ad essere ammirati, ci sono i gabbiani, solitari o più spesso in piccoli gruppi. Li vedi lì, a trenta metri, posati sul bagnasciuga, che cercano anche loro, tranquilli come non mai. A trenta metri, dicevo, perché a venticinque hanno già spiccato il volo, lento e caratteristico, in direzione del mare. Loro, i gabbiani, hanno deciso che questa è la distanza giusta per non “ umanizzarsi “ – e bene fanno ! – a differenza dei piccioni , che oggi ragionano in centimetri …

A metà strada, senti il piacere di fare una sosta per guardarti il mare in piena solitudine, e poi sederti comodamente, approfittando di una dei tanti pattini di salvataggio ( sdraio e lettini sono ancora ripiegati ) che, come guardiani inanimati, colorano di rosso la riva. Sono passate le sette, bevi un sorso d’acqua e incontri il primo villeggiante che ama passeggiare a quell’ora, scambi un “ buongiorno “ cordiale, perché lo senti un tuo simile  e lui lo stesso pensa di te. Spesso nota la maglietta del WWF o il panda stampato sul cappellino e ti chiede “ che fai ? sei in servizio ? “, a volte una chiacchera breve, poi un saluto e riprendi ad andare, sapendo che da lì a poco il mare sarà salito un po’ di più, portando qualche onda e che la spiaggia sta per prendere vita. Tutto questo contribuirà a cancellare qualunque eventuale traccia di mamma tartaruga che durante la notte o al massimo all’alba, ha deposto le uova. In questo momento realizzi che anche per oggi non troverai il nido, ma non ti senti deluso. Hai fatto il tuo “ pieno “ di Natura, un “ pieno di bellezza “ e ti senti davvero bene, pronto già a ripeterti domani, perché già sai che domani starai bene uguale !

Articolo e foto a cura di Antonio Pellegrino

Rivista a cura del Panda Team WWF CE

   

21 giugno 2021

La brugmansia (Brugmansia arborea L. Steud) è una pianta arborescente appartenente alla famiglia delle Solanacee (la stessa dei pomodori, peperoni, patate e tabacco). Per la forma dei suoi fiori e per le sostanze tossiche e stupefacenti che contiene, è anche conosciuta come “tromba degli angeli” o “tromba dei morti”. Le foglie contengono elevate quantità di scopolamina e atropina, potenti sostanze allucinogene che possono dare delirio, gravi disturbi della vista, del respiro e del battito cardiaco, oltre che amnesia. A piccole dosi l’atropina viene usata in oftalmologia per provocare midriasi e la scopolamina come farmaco per il mal di mare o d’auto.

 Articolo e foto a cura di: Renato Perillo vicepresidente del Wwf Caserta

Rivista a cura del Panda Team WWF CE

  

  #GoccediNatura

21 aprile  2021

Il tasso ( Taxus baccata L.) è una Conifera non molto grande ma estremamente longeva. Il suo soprannome, albero della morte, è dovuto alla estrema tossicità di ogni suo parte, inclusa la corteccia. L’unica parte edule è  l’arillo, una escrescenza rossa e carnosa che ricopre il seme. Gli arilli vengono mangiati da molti uccelli che non digeriscono il seme e lo emettono con le feci lontano dall’albero madre. Il principio tossico del tasso è la tassina, una miscela di alcaloidi che agisce sulla divisione cellulare. Pertanto è un importante chemioterapico per diverse forme tumorali. Il legno di tasso è estremamente elastico e pertanto ideale, fin dai tempi dei Faraoni, per la produzione di archi da guerra. Vicino a noi, sono famosi e bellissimi i tassi del Giardino Inglese del Parco della Reggia di Caserta.

Articolo e foto a cura di: Renato Perillo – WWF Caserta OA

Rivista su idea di Rossana Trappa

A cura del Panda Team Wwf Caserta OA

  #GoccediNatura

21 febbraio 2021

La cycas ( Cycas revoluta Thumb.) è una pianta comparsa sulla Terra nel Permiamo ( circa 250 milioni di anni fa ), spesso confusa con le Palme, ma in effetti molto più vicina alle Conifere. E’ una pianta dioica, i coni ( equivalente dei fiori ) maschili e femminili sono portati da individui diversi. Scoperta in Giappone alla fine del ‘700 fu messa a dimora per la prima volta in Europa nell’Orto Botanico di Palermo. A causa di alcune alghe azzurre che vivono nelle sue radici aeree e che producono una sostanza tossica, BMAA, un derivato di un aminoacido l’alanina, i semi della Cycas sono estremamente tossici per animali e uomo, provocando danni epatici, renali e cerebrali. Fare grande attenzione ai bambini, cani e gatti domestici ! La intossicazione provocata da questa sostanza in alcune scimmie sembra però essere anche un promettente modello di studio per alcune malattie degenerative del cervello umano. Altro principio tossico è il metilazossimetanolo, che sembra avere effetto mutageno, teratogeno e cancerogeno.

 

Articolo e foto a cura di: Renato Perillo – WWF Caserta OA

Rivista su idea di Rossana Trappa

A cura del Panda Team Wwf Caserta OA

  #GoccediNatura

21 Gennaio 2021 2021

Guardare e non toccare ( tantomeno mangiare ) !

 Il mondo vegetale contribuisce per oltre l’80 % alla biomassa terrestre , ovvero alla massa di tutti gli esseri viventi del nostro pianeta. A differenza degli animali, i vegetali difficilmente possono sottrarsi ai loro nemici naturali, ma non sono certo privi di difese. Spine, foglie coriacee, frutti protetti da un esocarpo impenetrabile , ma soprattutto sofisticate armi chimiche. I veleni vegetali erano già noti agli antichi popoli egizi, descritti nel papiro di Ebers, datato 1550 a.C. La maggior parte dei farmaci oggi utilizzati sono di provenienza vegetale diretta o di sintesi ma basati su sostanze naturali ( basti pensare alla comune aspirina, derivata dall’acido salicilico estratto inizialmente dalla corteccia del salice ).

Le fitotossine sono numerosissime e non bisogna andare nelle foreste amazzoniche per trovare le piante che le producono : sono sui nostri balconi, nei nostri giardini, nei parchi pubblici ! Già in precedenti articoli ( Il lato oscuro delle piante ) ci siamo interessati dei veleni vegetali in piante commestibili . Oggi scopriremo che alcune comuni piante ornamentali possono essere altrettanto pericolose :  è bene quindi conoscerle  per evitare intossicazioni, anche mortali !

L’oleadro (Nerium oleander L. )  appartiene ad una nobile famiglia , le Apocynaceae. E’ una pianta rustica, che sopporta il caldo , la siccità e l’inquinamento. Viene comunemente usato per abbellire con le sue fioriture multicolori viali e strade ( e perfino le autostrade ! ). Tutta la pianta è velenosissima, perfino il legno secco è mortale ( molti soldati di Napoleone morirono dopo aver usato i rami secchi come spiedi ) , a causa di una sostanza , l’olendrina, che impedisce il normale flusso di sodio e potassio attraverso le membrane cellulari. Una sostante simile , la uobaina, prodotta da un albero africano della stessa famiglia, viene comunemente usata per curare l’insufficienza cardiaca . Altri parenti strette dell’oleandro sono alcune piante contenenti principi tossici utilizzati anche in medicina ( per es. la strofantina e la vincamina). Il confine tra farmaco e veleno è quindi sottilissimo ! Quasi nessun animale si nutre delle sue foglie , a parte la bellissima sfinge dell’oleandro, una farfalla che le divora impunemente.

Articolo e foto a cura di: Renato Perillo – WWF Caserta OA

Rivista su idea di Rossana Trappa

A cura del Panda Team Wwf Caserta OA

  #GoccediNatura

21 Dicembre 2020

L’arancio. Un frutto di Natale ma a volte ce lo dimentichiamo.

La tradizione vuole che il primo frutto si coglie l’8 dicembre, il giorno dell’Immacolata. proprio quando iniziano ufficialmente le celebrazioni delle festività natalizie. Evoca il sole, è ricco di proprietà benefiche, nelle giornate grigie adornano i giardini invernali, ma non solo…

 L’arancio paradisiaco e i suoi inebrianti fiori.

Originario dell’estremo oriente, e precisamente della Cina meridionale, del Nord della Birmania e dell’Annan, l’arancio ha evocato ovunque un simbolismo paradisiaco. Secondo una fantasiosa interpretazione rinascimentale, le arance sarebbero state i "pomo d’oro" che Eracle conquista nel giardino delle Esperidi, dopo aver ucciso il drago che le custodiva.I fiori bianchi, detti in Sicilia, zagare, e il cui intenso profumo quasi stordisce, avrebbero dovuto evocare immagini sensuali; invece sono diventati simbolo di nozze e delle verginità della sposa. Una leggenda spiega l’origine di questa usanza: un giorno, una giovane vergine che doveva sposarsi e non possedeva nessun gioiello, vide crescere miracolosamente nel suo giardino una pianta dai piccoli fiori bianchi, carnosi e profumati; se ne adornò il capo, sicché da quel giorno le zagare diventarono simbolo della verginità. Una volta, in Sicilia ai fiori di arancio sul capo della sposa si accompagnavano i frutti usati per decorare la bardatura dei buoi che trainavano il carro. I fiori del frutto amaro furono invece apprezzati dai profumieri per l’acqua profumatissima che se distillata veniva utilizzata per curare le febbri pestilenziali.

I fiori d’arancio giovano nelle sindromi ansioso-depressive e nelle nevrosi isteriche e fobiche. Sono un eccellente sedativo, utile anche nella cura dell’insonnia. Le foglie, a loro volta posseggono un’azione ipnotica più spiccata e facilitano la digestione.I frutti sembrano delle incarnazioni vegetali del SOLE: sono tonici, antiscorbutici, alcalinizzanti, digestivi, sedativi, vermifughi. Ben tollerati dai gastralgia e giovano agli epatici. Grazie a tali virtù, l’arancio evoca il simbolo della generosità.

I pittori rinascimentali, dal Botticelli al Mantegna, al Tiziano spesso riportano l’arancio nei loro affreschi preziosissimi. Le virtù, e quindi il simbolismo, dell'arancio sono durature; infatti dopo il periodo della raccolta dei frutti, arriva una breve pausa invernale per poi annunciare la primavera con un trionfo di fiori e profumi.

Provate a coltivarlo sul vostro terrazzo, nel vostro giardino: non ve ne pentirete; la generosità dell’arancio vi farà compagnia e vi renderà felici.

Articolo e foto a cura di: Raffaele Lauria – Presidente WWF Caserta OA

Rivista su idea di Rossana Trappa

A cura del Panda Team Wwf Caserta OA

  #GoccediNatura

21 NOVEMBRE 2020

UPCYCLING…Nuova vita, nuova storia. La creatività al servizio dell’ambiente.
Quello di ridurre il più possibile gli sprechi e al contempo, permettere che determinati materiali possano essere usati una seconda volta (vetro, alluminio, plastica, carta) è l’obiettivo principale della raccolta differenziata. Va da sé che, ad una precisa e diligente raccolta differenziata, ormai praticata in quasi tutte le città, occorrono anche comportamenti virtuosi da parte di tutti noi. Al consumismo sfrenato e all’ abitudine di gettar via cose che solo apparentemente hanno cessato di essere utili, risponde il ciclo virtuoso dei materiali di scarto in attuazione della filosofia delle 5R del WWF in materia rifiuti ossia: Riduci, Recupera; Riusa, Ricicla e Ricerca. È questo lo scenario in cui si colloca il riciclo creativo che, non è solo un hobby, seppur gratificante, ma è un modo per ridurre gli sprechi, dare nuova vita a vecchie cose di cui si è pianificata la sostituzione e al posto di gettarli nella spazzatura, si può trovare il modo di dar loro nuove funzionalità e dimensioni. In che modo? Cambiando semplicemente la loro destinazione iniziale, dandogli nuova vita e una nuova storia creando nuovi oggetti. Questa operazione è ben racchiusa nel termine ̔upcycling’ tradotto con riciclo o riuso creativo. Il recupero di materiale di scarto ha un duplice obiettivo: a monte, evitare di produrre prodotti nuovi tagliando così anche le emissioni di CO2 causate dalle fabbriche; a valle, ridurre il materiale che, se non correttamente conferito nella raccolta differenziata, finirebbe in discarica o negli inceneritori. Inoltre, il riciclo creativo promuove, attraverso la manualità, la coscienza che il RIFIUTO è in realtà RISORSA e che, è quindi possibile uno stile di vita individuale e collettivo con minore impatto ambientale.
Pensiamo per esempio alle bottiglie di plastica (sicuramente andrebbero evitate preferendo il vetro), una volta svuotate del contenuto possono essere utili per una serie di nuovi oggetti d’uso quotidiano. Qualche esempio? Possiamo creare: un portapenne, un vasetto per i fiori, un vasetto per piantine pensili, un porta candela, un imbuto, un pluviometro e anche dei fiori ornamentali (non appassiranno mai!).
Piccola curiosità: Il riciclo creativo è stato uno dei leit motiv delle opere dell’architetto catalano Antoni Gaudì, in modo particolare per quanto riguarda la celebre Casa Batlló. Egli, in tutte le sue opere utilizzava, infatti, una tecnica decorativa chiamata trencadìs ossia unione di frammenti di ceramica e pezzi di vetro colorati creando mosaici con materiali di scarto.
https://www.greenme.it/…/europa/casa-battlo-gaudi-trencadis/
Ma mettiamoci all’opera! Partiamo proprio dalle bottiglie di plastica.
Realizziamo un porta candela? Procediamo!
Occorrono poche cose: una bottiglia di plastica, una candela, forbici e colla a caldo.
Dividiamo a metà la bottiglia, ben pulita in precedenza, ritagliamo la parte completa del tappo un quattro parti e pieghiamole nel senso opposto dandogli leggermente la forma di un petalo arrotondane le punte con le forbici. Una volta ottenuta una corolla, ritagliamo il fondo della bottiglia seguendo il design e incolliamo la corolla dalla parte del tappo, inseriamo al centro una candela facendola aderire alla filettatura del tappo che la terrà ben ferma.
Et voilà! Il porta candela è pronto e funzionale!
#GoccediNatura
Articolo e foto di: Teresa Leggiero – Consigliere provinciale del WWF Caserta – Settore Educazione
Rubrica su idea di Rossana Trappa
A cura del Panda Team WWF Caserta OdV

 

21 ottobre 2020

Un percorso tattile ed olfattivo per raccontare il Giardino Inglese della Reggia di Caserta. In quanti modi possiamo visitare e conoscere un giardino storico, un giardino realizzato per abbellire in un determinato periodo storico e culturale una dimora nobiliare o una reggia? Al suo interno troviamo elementi naturali, architettonici e paesaggistici che diventano con il passare degli anni parte integrante della memoria di una comunità e del suo territorio. Per fruire del giardino inglese della Reggia di Caserta - sintesi di natura, arte e storia - possiamo affidarci ad una visita tradizionale che privilegia una conoscenza visiva ed uditiva. Quindi varchiamo il cancello d’ ingresso e percorriamo i sentieri che si inoltrano al suo interno restando affascinati dalla straordinaria bellezza delle piante che vi dimorano, dalle sculture e dalle architetture che insieme ai corsi d’ acqua lo rendono unico. Se invece pensiamo ad una visita non convenzionale ed utilizziamo uno strumento di conoscenza diverso che privilegi il tatto e l’olfatto avremo un percorso di visita molto particolare. Questo percorso fa leva sull’innato bisogno dell’uomo di toccare ed esplorare l’ambiente che lo circonda. I visitatori possono così stabilire un legame di conoscenza più profondo con le piante, toccando ed annusando parti di esse e se il portamento lo consente possono abbracciarle e cogliere le dimensioni spettacolari delle circonferenze arboree di esemplari arrivati nel giardino a fine settecento o agli inizi dell’ ottocento. Individuando sentieri pianeggianti e facilmente percorribili e tre aree di sosta per consentire l’esperienza tattile ed olfattiva, abbiamo realizzato un percorso di visita in grado di consentire pari opportunità di conoscenza a tutti i tipi di pubblico, anche i pubblici speciali come le persone con disabilità, bambini ed anziani. Il giardino diventa inevitabilmente un laboratorio - a cielo aperto - dove toccare le cortecce, percepire la forma ed i margini delle foglie, dei fiori e dei frutti e percepire gli odori delle specie botaniche prescelte. Durante il percorso e nelle soste gli addetti alla visita avvicinano i visitatori alle specie botaniche che si incontrano. Queste sono autoctone ed esotiche e di grande valore scientifico ed ornamentale perchè colgono e sintetizzano la passione settecentesca ed ottocentesca per il collezionismo botanico. Il tatto è il primo dei nostri sensi a svilupparsi ed è quindi maggiormente legato alle nostre emozioni e ricordi. Con la vista, l’udito e l’olfatto noi riusciamo ad interagire con l’ambiente che ci circonda anche a distanza mentre con il tatto dobbiamo necessariamente esplorare l’ambiente in maniera diretta. Tutto ciò rende la visita ricca di spunti di riflessione e curiosità per tutti gli elementi naturali e non che ospita il giardino. Le visite sensoriali sono un’esperienza concreta fin dal 6 maggio del 2003 e continuano ad esserlo ancora oggi nel giardino inglese e nel Bosco Vecchio del Parco della Reggia di Caserta. L'itinerario nel Giardino Inglese ha inizio all'ingresso del giardino inglese osservando il primo esemplare gigantesco di Araucaria (Araucaria bidwillii) australiana che dà il benvenuto ai visitatori. Si prosegue sulla destra, lungo il sentiero che conduce al lago, e nei pressi di Agrifogli (Ilex aquifolium) ed alcune Cicas (Cicas revoluta) abbiamo la prima sosta sensoriale davanti all'aiuola di Rose antiche (Rose spp.), rifiorenti tutto l'anno. L'esperienza tattile-olfattiva avviene mediante la conoscenza delle specie Araucaria (Araucaria bidwillii), Cipresso (Cupressus macrocarpa, Cupressus sempervirens), Abete (Picea abies), Cedro (Cedrus libani), Pino (Pinus pinea, Pinus nigra) con foglie, rametti, coni e semi di gimnosperme autoctone ed esotiche, alcune delle quali dimorano nel Giardino dalla fine del Settecento. Il percorso continua fino ad una moracea esotica, la Maclura (Maclura pomifera), lontana parente dei nostri Gelsi fino ai Cerri (Quercus cerris) plurisecolari, e qui l’esperienza sensoriale prevede un abbraccio ai tronchi secolari. Lungo il percorso si osservano Bossi (Buxus sempervirens) potati a siepe, Lauri o Allori (Laurus nobilis) e Laurocerasi (Prunus laurocerasus) lasciati liberi di crescere. Superati i Cerri sulla destra si incontra un esemplare di Tasso (Taxus baccata), chiamato anche “albero della morte”, che ci invita ad una pausa di riflessione prima di continuare la leggera discesa verso il boschetto di Canfore ed Ippocastani. Il boschetto è anticipato sulla destra da alcune pietre del Vesuvio poste una sull'altra per accogliere delle piante grasse. Ecco la seconda tappa sensoriale dove l’esperienza tattile-olfattiva ci conduce alla conoscenza delle foglie essiccate di Canfora (Cinnamomum camphora), frutti di Ippocastano (Aesculus hippocastanum) e rametti di un Geranio odoroso, la Malvarosa (Pelargonium graveolens). Proseguendo sulla destra, verso la Serra Ottocentesca, un boschetto di Camelie si palesa in tutta la sua bellezza. Queste Camelie sono figlie di quella Camelia (Camelia japonica), a fiore semplice e di colore rosso, arrivata per la prima volta a fine Settecento proprio nel Giardino Inglese di Caserta. Durante l'inverno e la primavera è possibile ammirare le camelie in fiore mentre in autunno fanno bella mostra di sé i frutti, simili a piccole mele, prima verdi poi rossi una volta maturi. Un sentiero curvilineo conclude il percorso portando verso la Casa del Giardiniere per la terza sosta tattile ed olfattiva con foglie, fiori e frutti di Arancio amaro (Citrus aurantium), foglie e frutti di Eucalipto (Eucaliptus camaldulensis), foglie di Sequoia (Sequoia sempervirens), foglie e frutti di Magnolia (Magnolia ssp.). Infine l'esemplare più vecchio del giardino, una conifera esotica, un Taxodium mucronatum, chiamato dai vecchi giardinieri “cipresso calvo” perchè può perdere alcuni rametti e foglie nella stagione invernale, chiama i partecipanti ad un grande abbraccio di natura con una circonferenza di ben 5,50 metri.

      

#GoccediNatura

Articolo di: dott.ssa Addolorata Ines Peduto - Biologa
Rubrica su idea di Rossana Trappa
A cura del Panda Team WWF Caserta OdV  

21 settembre 2020

Recup’r - La nuova dimensione del recupero

Erasmus anche alle superiori?! Ebbene sì, ci sono anche programmi della UE per le superiori, nella scuola in cui insegno, il Liceo Artistico San Leucio l’anno scorso sono state assegnate borse per Erasmus Plus Trend UE per lo stage di Alternanza - Scuola - Lavoro all’estero. C’erano varie destinazioni europee, io sono stata prescelta per svolgere la funzione di tutor accompagnatrice (in quanto le ragazze partecipanti erano minorenni), di un gruppo di solo cinque sudentesse, tutte della classe terza della sezione di Design moda; lo stage si è svolto a Bordeaux una bellissima città a sud-ovest della Francia. Ci attendeva la Società “Cap’ulisse” che, ha scelto per le ragazze tre strutture ospitanti diverse, due assegnate presso un atelier per la produzione di abiti da cerimonia, Noemi invece, venne assegnata ad una azienda/organizzazione denominata Recup’r. Inizialmente sembrava un’officina meccanica e non si capiva bene cosa potesse fare in un posto simile, invece, si rivelò l’esperienza più entusiasmante e formativa che ci si sarebbe mai potuta aspettare. In questo luogo, basato su una nuova dimensione del recupero, c’era un’officina dedicata all’autoriparazione delle biciclette e un settore dedicato al cucito. I due workshop erano interattivi, nell’officina tutti potevano portare bici vecchie, dove venivano smontate e con ordine quasi maniacale sistemati le varie parti componenti, i partecipanti al workshop potevano venire ed imparare a rimontare una bici secondo le proprie esigenze ed i propri gusti oppure venire ad acquistarne una a prezzi bassi da un minimo di 30 a massimo di 100 euro. Nel laboratorio di cucito tutti portavano indumenti vecchi o scampoli di stoffa o articoli di merceria, il tutto veniva ordinato e catalogato per colori, tipo di stoffa ed i bottoni separati per grandezza e per colore, le persone si iscrivevano per imparare a cucire e riutilizzando i vecchi capi di abbigliamento a produrne e reinventarne dei nuovi.Le due attività erano interattive si potevano produrre borse per le bici con i tessuti impermeabili riciclati o portadocumenti, portafogli ecc… riutilizzando le camere d’aria bucate.

La studentessa N. M. ci racconta la sua esperienza:

«Il 26 luglio dell’anno scorso sono partita per la Francia, Bordeaux.Ho iniziato quest’esperienza avendo la consapevolezza che sarei tornata da lì completamente diversa, senza avere però la minima idea di cosa avrei dovuto fare. Mi hanno inserito in un atelier che per produrre indumenti e oggetti utilizza materiale riciclato, in collaborazione con un’officina per biciclette. Inizialmente ero titubante data la novità di quest’atelier ma mi sono subito adattata. Lavoravo cinque giorni a settimana, tre dei quali a contatto con le persone. In questi tre giorni l’atelier era aperto al pubblico e la gente veniva per imparare a cucire, per aggiustare o rivoluzionare i propri abiti. Io avevo il compito di aiutare queste persone, passavo giornate intere accanto a loro e durante la mia permanenza ho conosciuto gente di qualsiasi etnia e cultura. Io aiutavo loro nel “lavoro” e nel frattempo ascoltavo le loro storie, rendendomi conto di quanto possa essere bello e crudele il mondo allo stesso tempo. Nei giorni in cui non venivano le persone aiutavo Delphine, la mia titolare per la realizzazione di portafogli, borse, coperture per tavole da surf ecc... (cose che non avrei minimamente immaginato di poter fare). Ho imparato nuove tecniche, ad usare macchine di cui non sapevo l’esistenza e ho anche imparato un po’ di francese. L’ultimo giorno di lavoro decisero di fare un esperimento sociale, far lavorare le ragazze in officina ed i ragazzi in atelier, quindi passai il mio ultimo giorno di lavoro a fare il meccanico e mi sono divertita troppo, anche se non sono stata capace più di tanto... In queste cinque settimane ho capito cosa significa lavorare, prendere un impegno e rispettarlo a qualsiasi costo, ho assaggiato la fatica del mondo del lavoro, ho capito cosa provano i miei genitori quando si ritirano la sera, ho compreso che la convivenza con altre persone non è una cosa semplice e che per ogni cosa sono necessari dei compromessi. Devo molto a questa esperienza che per la prima volta mi ha messo faccia a faccia col mondo degli adulti, e che mi ha confermato che questo è ciò che voglio fare nella mia vita».

Per saperne di più e per maggiori informazioni

https://dreamact.eu/fr/spot/421/recupr-recup-bordeaux

http://recupr.org/...

https://www.facebook.com/recupr.association

  

Articolo e foto di: Sofia Paolantonio – socia Wwf Caserta - Settore Educazione

 

 

 

21 agosto 2020

LA PORTULACA OVVERO: LA NATURA VEDE E PROVVEDE


Le persone molto anziane ricorderanno certamente che, un tempo, era frequente vedere donne e bambini raccogliere erbe negli spazi verdi cittadini, un tempo assai più numerosi di oggi. Questa “attività”, liberamente esercitata, era dettata dallo stato di indigenza di buona parte della popolazione urbanizzata che non aveva i mezzi per acquistare ortaggi e verdure al mercato.
La regina di queste erbe era la portulaca che, insieme a rucola, finocchietto e cicoria, si trasformava in ottime ed estremamente salutari minestre invernali e insalate estive per tutta la famiglia.
La pianta assume nomi diversi nelle regioni italiane: porcellana, porcacchia, erba grassa, ma l’etimologia dei vari nomi risulta incerta.
Oggi poche persone sono in grado di riconoscerla in campo aperto e viene erroneamente considerata una pianta infestante nei giardini decorativi pubblici.
Le proprietà di questa pianta sono molteplici: dall’effetto diuretico a quello digestivo, da quello antidiabetico a quello antinfiammatorio.
Ma la scoperta più recente e più interessante riguarda la ricchezza di omega3, utile a prevenire le malattie cardiovascolari.

Apprezzabile anche la qualità estetica di questa pianta, grazie alla fioritura di svariati colori e le foglioline piccole e carnose che risultano gradevolmente croccanti nelle insalate.
E’ rigogliosa da giugno fino all’autunno e predilige il pieno sole.
Molto versatile in cucina, sia cruda che cotta, come ingrediente per frittate, in aggiunta a sughi, come ripieno di pizze e polpette.

#GoccediNatura

Articolo di: Milena Biondo vicepresidente WWF Caserta
Foto di: Milena Biondo
Rivista su idea di: Rossana Trappa
A cura di: Panda Team WWF Caserta OdV

  

 

21 luglio 2020

Se spariscono le spiagge addio anche ad animali e piante.

Articolo di Alessandro Gatto

La Campania ospita un patrimonio di biodiversità ricchissimo, legato in maniera imprescindibile alle spiagge.
Tutti i cittadini dovrebbero denunciare irregolarità e abusivismi.
Un report pubblicato recentemente dal WWF dimostra che più della metà delle spiagge italiane sta arretrando. Ed anche le coste della Campania sono prosciugate dall’erosione.
la salvezza delle spiagge dovrebbe partire innanzitutto dalla volontà dei cittadini di denunciare le irregolarità.
Il litorale più problematico è senza dubbio quello domitio, storicamente afflitto dall’arretramento della linea di costa. Essendo sabbioso o - in termini tecnici - “incoerente”, è preferibile non toccarlo, cioè evitare di costruire barriere protettive, che nel lungo periodo sarebbero più dannose che altro. Per quanto riguarda invece i litorali napoletano e salernitano, l’erosione è meno insistente.
Quindi le aree più delicate sono quelle del Casertano.
Da Pozzuoli in su, e più precisamente: Castelvolturno, la zona dei Regi Lagni e a sud di Pineta Mare, a San Bartolomeo. L’erosione colpisce anche la foce del Volturno, mentre la scogliera a “pennello” posta negli anni ‘70 a Pineta Mare ha danneggiato irreversibilmente Ischitella.
La scomparsa di una spiaggia e dei suoi ecosistemi: dune, zone umide retrodunali, boschi costieri, delta fluviali, può provocare enormi danni agli animali e alle piante. Le dune, ad esempio, ospitano un patrimonio di biodiversità ricchissimo di fauna e flora. Solo per citare a titolo esemplificativo sul litorale Domizio nidifica il Fratino, un piccolo uccellino la cui femmina depone le uova nella sabbia, tra il ravastrello (rughetta di mare) e l’erba Kali). A Castel Volturno, nella riserva tutelata dai Carabinieri Forestale, c’è la Dafne sericea, piccolo arbusto della macchia mediterranea rarissimo e tante specie di licheni.
Poco tempo fa sono state avvistate oltre 50 gru nella zona umida di Villa Literno (le Soglitelle) e non solo. Le spiagge campane e in particolare l’area domitia ospitano uccelli, anatre selvatiche, aironi, tartarughe di terra, tante orchidee selvatiche ed arbusti della macchia mediterranea. Queste specie sono oggetto di studio anche per i ricercatori stranieri.
Il WWF tutela da anni il territorio marino.
La foce del Volturno (Variconi), per esempio, è una zona già protetta da diversi Enti locali e dai Carabinieri Forestale, ma non basta: servono fondi e una forte organizzazione. Il WWF dà un contributo col Corpo di Guardie Giurate Volontarie.
I cittadini non sanno del problema dell’“estinzione” delle spiagge.
Questo è il dato più preoccupante che solo una corretta informazione può migliorare. Ci vorrebbero delle campagne di sensibilizzazione, anche per responsabilizzare i cittadini e renderli parte integrante del processo di soluzione del problema. A volte basta una telefonata alla capitaneria e alle forze dell’ordine per denunciare una situazione fuori regola, come la costruzione abusiva sulle spiagge.
Noi siamo sempre pronti a intervenire.
La difesa dell’ambiente, purtroppo, non porta voti, perché il ritorno di immagine non è immediato. I processi di ripristino e bonifica dei territori necessitano di tempi troppo lunghi per incassare un buon risultato alle elezioni. Insomma, si punta su altro per intenderci…
Il problema spiagge spesso non viene affrontato “seriamente”, lo si considera secondario rispetto all’estinzione di animali e all’abbattimento dei boschi.
Ciò è dovuto alla confusione tra spiaggia intesa come “piattaforma di balneazione” e spiaggia come “ambiente”. La definizione “turistica” di un litorale è limitata. Le dune, la macchia mediterranea, devono essere considerate come parte integrante di un’area costiera. Basti pensare allo scempio di tutti i parcheggi abusivi che sorgono in zone che dovrebbero essere protette. Non è pensabile lasciare la macchina “sulla spiaggia” perché è più comodo.
#goccedinatura
Articolo e foto di:Alessandro Gatto - biologo Wwf Caserta - coordinatore Regionale Vigilanza Ambientale.
Rubrica su idea di: Rossana Trappa
A cura del Panda Team WWF Caserta OdV

Anthemis maritima  L. (camomilla marina )                                                                                                    Pancratium maritimum L. (giglio di mare)

 

21 giugno 2020

Gocce di Natura

Il lato oscuro delle piante (I)

Articolo di Renato Perillo

Cosa c’è di più attraente delle ciliegie rosso scuso, di dolcissime albicocche o di un bel piatto di patate fritte! E cosa dire della pasta e fagioli ! Eppure questi vegetali, che da sempre allietano le nostra tavole, hanno un lato oscuro. Ma cominciamo dall’inizio. Le prime piante con i fiori compaiono sulla Terra all’epoca dei grandi dinosauri, circa 170 milioni di anni fa. Le piante, in quanto produttori primari, ovvero esseri che riescono a trasformare sostanze semplici ed inorganiche come acqua e anidride carbonica in zuccheri, sono sempre servite come pasto per tanti animali: insetti, uccelli, mammiferi. Le piante non possono sfuggire ai loro predatori e per difendersi si sono attrezzate con potenti arsenali per la guerra chimica. Ecco perché la maggior parte dei più potenti veleni noti sono di origine vegetale ! E molte piante che comunemente arricchiscono le nostre tavole sono in effetti tossiche. Le Rosacee sono una famiglia con oltre 5000 specie, tra cui alcune di grande importanza come i meli, i ciliegi, gli albicocchi e i mandorli . Tutte queste piante producono frutti il cui seme è ricco di sostanze cianogenetiche, ovvero che possono rilasciare il terribile cianuro. Anche i fiori e le foglie ne contengono piccole quantità. Una pianta molto diversa,il sorgo, un graminacea fondamentale per l’alimentazione di popolazioni che vivono in zone aride, è ricco di sostanze cianogenetiche nelle foglie ma non nei semi ( una cariosside simile a quella del mais). Le piante proteggono dai parassiti in alcuni casi i semi, talora le foglie o i fiori. In pratica indirizzano gli animali a consumare quelle parti utili alla loro riproduzione, cercando di evitare danni ad altri organi indispensabili . Ogni pianta ha elaborato strategie molto sofisticate di sopravvivenza, basate anche sulla guerra chimica, sia a protezione degli individui che della specie . Abbiamo cominciato dalla frutta ! La prossima volta parleremo di primi piatti, insalate e contorni.

Il Sorgo  - http://www.ilnuovoagricoltore.it – Mandorle amare https://stilenaturale.com

21 maggio 2020

Gocce di Natura

Il gigante buono… l’Olmo

Articolo di: Rossana Trappa e Renato Perillo

 

L’Olmo, (Ulmus minor -U.campestris) è un albero imponente ,maestoso ,molto longevo. In questa pianta i fiori mancano della corolla, in quanto l'impollinazione è anemofila e quindi non hanno bisogno né di bellezza né di profumo per attrarre i pronubi. Il legno è pregiato e robusto e veniva usato per la costruzione di barche o in ebanisteria. Se guardiamo con attenzione le sue foglie seghettate potremmo pensare che la natura si sia sbagliata, che ci sia un “errore di fabbricazione” perché proprio in corrispondenza dall’attaccatura del picciolo esso presenta un inconfondibile asimmetria, un “errore” che lo rende “unico, speciale e straordinariamente bello”. Quest’ albero poi ha una lunga tradizione storica, esso è infatti un albero profetico: Virgilio lo pone infatti al centro dell’atrio per accedere alla grotta della Sibilla cumana è infatti la pianta della chiara visione, della divinazione, della profezia. E' stato accertato che l'olmo veniva coltivato già nell'età del Bronzo (3500 a.C.) perché le foglie erano un ottimo foraggio, ad alto contenuto proteico. Da sempre l’olmo in agricoltura è impiegato per sorreggere la vite, come un marito sostiene la moglie, è stato spesso anche usato come simbolo dell’amore coniugale e dell’amicizia. Questa straordinaria pianta ha numerosi legami anche con il trascendentale poiché sopra di esso in vari posti vi è apparsa la Vergine Maria ed è anche l’albero da cui Padre Pio ricevette le stimmate per la prima volta. Un albero insomma che lega l’umanità alla storia e al divino.

 

 

 

 

Immagini prese dai siti internet:
https://www.albanesi.it/ambiente/giardino/olmo.htm
https://www.benesserecorpomente.it/olmo-proprieta-e-utiliz…/
http://www.napolibonsaiclub.it/olmo-campestre/
https://www.avrocuradite.it/olmo-campestre/

Disegno di: Chiara Trappa

 

21 aprile 2020

Gocce di Natura

Un piccolo gioiello delle dune del litorale Domitio
di Alessadro Gatto

Durante l’escursione alla foce dei Regi Lagni (Castel Volturno) con i ragazzi del liceo scientifico di AVERSA, organizzata dalle guardie del WWF CASERTA che spesso sono in pattugliamento in quelle zone, sabato 15 febbraio 2020, quando ancora non era scattata l 'emergenza covid-19, abbiamo notato lo zafferanetto delle spiagge (Romulea rollii, Parl.). È stata una bellissima emozione. Anche perché, proprio in quel posto, il botanico Nicola Terracciano, nel 1872, aveva descritto la presenza della specie. Il fascino suggestivo di trovare la stessa biodiversità, nonostante tutto, dopo quasi un secolo e mezzo. Lo zafferanetto di Rolli è una minuscola pianta appartenente alla famiglia delle Iridacee, di cui fanno parte anche i ben più famosi crochi o zafferani (Crocus), Iris e gladioli (Gladiolus). Queste specie botaniche possiedono organi ipogei (sotterranei), come bulbi o rizomi, che consentono di trascorrere al sicuro la stagione avversa, che nei climi mediterranei è rappresentata dall’estate, calda e arida. La caratteristica più chiara di questa specie è il piccolo fiore (1,5-2 cm di diametro), composto da sei tepali bianchi o rosati con venature fucsia o azzurrognole, che emerge dalla sabbia a febbraio-marzo. Le foglie sono strette e filiformi. Al termine della fioritura, il peduncolo che regge l’ovario fecondato si flette, infossando il frutto nella sabbia e favorendo la disseminazione. Il nome del genere Romulea proviene da Romolo, fondatore di Roma, perché è sul litorale romano che per la prima volta è stata classificata la dozzina di specie di cui si compone in Italia, mentre il nome rollii deriva probabilmente dalla dedica dello scopritore, il botanico romano Rolli. La vegetazione delle dune del litorale Domizio sono ancora molto preziose, nonostante tutto. Il nostro compito è proteggere anche le piante più piccole e tutti gli esseri viventi che compongono questa meravigliosa biodiversità dunale.

21 marzo 2020

Gocce di Natura

E’ primavera, nonostante tutto !
di Renato Perillo

In un momento così drammatico per l’umanità non è facile dare leggerezza alle parole e parlare di primavera, che è entrata astronomicamente alcune ore fa !  Annoiata delle nostre piccole disgrazie , la Terra continua a girare su  stessa ed  intorno a Sole,  da 4 miliardi e rotti di anni, con qualche piccola variazione, con alcune modifiche periodiche , ma sempre lì. Ed il Sole, intanto, fa il suo mestiere, dà luce e calore, mette in moto l’acqua ed il vento, i mari e i fiumi, la Luna ispira i poeti e gli innamorati ma intanto solleva le maree. E la primavera, come ogni anno, ritorna, nonostante tutto. E sulla Terra, i fiori e gli animali la sentono arrivare. E quest’anno, anche con molto anticipo. Ho fotografato la prima mimosa in fiore il 3 gennaio ( Acacia dealbata, una pianta australiana !! ) !!! Il miracolo della vita che si risveglia ogni anno, in questo periodo si sente ancor meglio. Dal mio balcone, segregato come tutti, nel silenzio del traffico assente,ascolto i merli che si chiamano per metter su famiglia e le tortore dal collare che si fanno sentire con il loro canto noioso:  in piena estate assieme a quello delle cicale, la loro voce mi aiuta a riposare nella calura pomeridiana. Una volta le tortore erano uccelli migratori, che tornavano in Europa quando in Africa cominciava a far troppo caldo, invece ora rimango qui tutto l’anno. Miracoli dei cambiamenti climatici. Nel giardino sotto casa mia, due pruni ornamentali stanno ammantandosi di fiori rosa. Fra poco i petali cadranno e le foglie amaranto prederanno il sopravvento. E poi le Asteracee spontanee, piante comuni, ma che in questo momento sembrano un’esplosione di giallo, con i crespini e il tarassaco. E poi  il candore della pratolina . In un angolo, sotto un cancello , tra i rifiuti, ho scorto una viperina violetta. Ed ancora la Veronica comune e la fastidiosa Parietaria. In questo momento, anche il fiore più comune sembra un simbolo di speranza, di rinascita. Ciò che in genere si guarda disattenti , correndo, oggi, che rubiamo pochi passi per andare a comprare il pane o il giornale per poi correre di nuovo al sicuro in casa nostra, ci sembra un dono meraviglioso. La mia ultima passeggiata solitaria tra gli amati Colli Tifatini, prima che gli eventi ci privassero della libertà,  ha regalato il simbolo della primavera, le prima orchidea spontanee appena fiorita, un’ofride . Allora è vero che il Mondo va avanti ! Allora la Primavera, e con essa la nuova vita, arriva, comunque ! Incurante delle disgrazie umane che non sono maledizioni divine, ma più semplicemente passaggi dell’evoluzione della vita sulla Terra. O peggio sono effetti indiretti (ma non troppo) dei nostri comportamenti verso la Natura: deforestazione e cambiamenti climatici, traffico illecito ed uso improprio di animali selvatici, inquinamento. Quanto sta accadendo , la pandemia virale e le locuste in Africa, le tempeste o la siccità, servono a ricordarci che noi siamo parte di questa Natura, non padroni di questa Terra, inquilini, spesso morosi, di questo complesso condominio , le cui Leggi non possiamo aggirare e che non abbiano neppure capito a fondo.  Basta affacciarsi al balcone , ascoltare e guardare, con la giusta umiltà !


Ophrys sphegodes (Miller) var.sphegodes   
(Fior di ragno)


Acacia dealbata Link


Prunus pissardi


Sonchus asper (L.) Hill

Taraxacum officinale Weber ex Wiggers

Bellis perennis L.

Echium vulgare L.

Veronica persica Poir.

Parietaria officinalis L.

 

21 febbraio 2020

Gocce di Natura

Manna dal cielo? No, dai frassini.
di Rossana Trappa e Renato Perillo

 

I racconti sulla manna risalgono alla Bibbia e alla letteratura ebraica antica. Questa linfa dolciastra, secondo la tradizione, nutrì il popolo eletto in fuga dall’Egitto durante il loro peregrinare nel deserto, nei pressi del Monte Sinai, mentre Mosè riceveva le tavole della legge. In realtà, recenti approfonditi studi ritengono che la manna sia la secrezione zuccherina di una cocciniglia parassita delle tamerici, un albero tipico delle zone desertiche, e non quella del frassino, pianta che non riuscirebbe a vegetare in zone così aride. Sarebbe stata quindi la melata di un insetto ad aver salvato dalla fame gli israeliti.
Oggi però la manna, che ancora viene giù, si trova in Sicilia e fuoriesce da un'incisione opportunamente fatta sulla corteccia degli ornielli o frassini da manna (Fraxinus ornus L.), un alberello appartenente alla famiglia delle Oleaceae (la stessa dell'olivo). Questa linfa, a contatto con l’aria, si solidifica e forma delle stalattiti biancastre dal sapore mieloso. La manna è davvero una sostanza dalle molteplici proprietà, grazie alla presenza dal mannitolo, un alcol organico dal sapore dolce. Infatti è un blando lassativo, favorisce la depurazione dell'organismo, rafforza il sistema immunitario, aiuta e facilita il dimagrimento perché allontana grasso e scorie in eccesso. Essendo un dolcificante naturale, molto tollerato anche dai diabetici, è molto utilizzato anche in cucina nella preparazione di carni e dolci. In cosmetica trova il suo impiego per gli shampoo, i bagnoschiuma ed in farmaceutica in quanto potente cicatrizzante. Avendo inoltre notevoli capacità osmotiche, viene utilizzato per ridurre gli edemi cerebrali in caso di ictus.
Possiamo dunque davvero considerare questo prodotto una vera “manna dal cielo “.
Foto 1 e 2 di Renato Perillo
Foto 3 dal web

   

 

21 gennaio 2020

Gocce di Natura

Articolo a cura di Teresa Leggiero


29-30-31-gennaio… L’avventura di una famigliola di merli milanesi.
 

Sapete perché gli ultimi tre giorni di gennaio son detti ‘I giorni della merla’?

Una storia molto antica tramandata oralmente, racconta che, una famigliola di merli, stabilitasi con i tre piccoletti tra i tetti di Milano, cercò riparo sotto una grondaia.
Era quello l’unico posto dove la neve abbondante, che aveva coperto come un candito tappeto strade e tetti della città, non poteva raggiungerli. Il paesaggio innevato però, benché fantastico, era problematico, la copiosa neve copriva tutto e difficilmente si trovava qualche briciola per cui il merlo fu costretto, malgrado il freddo pungente, a volare lontano dalla città in cerca di qualche riparo migliore altrimenti i piccoli sarebbero morti per il freddo.
Era gennaio e gli ultimi tre giorni furono i più freddi dell’inverno.
Quando il merlo fece ritorno, dopo tre giorni, trovò la sua famigliola nera per il fumo che usciva dal comignolo del camino e quasi non riuscì a riconoscerli.
Fu così che da quel giorno i merli nacquero tutti neri mentre i merli bianchi divennero un’eccezione!
Da allora, gli ultimi tre giorni di gennaio sono detti ‘I giorni della merla’ … i più rigidi e freddi dell’anno.

Rivista a cura di: Rossana Trappa
Foto 1,2, dal web

21 Dicembre

Gocce di Natura
Articolo a cura di :Renato Perillo

 

Le piante di Natale



Sono numerose le specie vegetali associate alle feste natalizie. Ovviamente il classico albero di Natale, l’abete rosso ( Picea abies L.) o l’abete bianco ( Abies alba Mill.). La stella di Natale adorna i salotti di molte famiglie, facendo bella mostra delle sue brattee rosso vivo ( sono foglie modificate poste attorno al piccolo fiore giallino e insignificante ). La stella di Natale ( Euphorbia pulcherrima ) è una pianta di origine messicana “ brevi diurna “, ovvero fiorisce quando le giornate di accorciano, come in inverno. Al pari di molte specie della famiglia delle Euphorbiacee, contiene un latice urticante per l’uomo e può essere tossico per cani e gatti. Altre piante associate da sempre al Natale sono l’agrifoglio, il pungitopo e il vischio. Le prime due per le belle bacche rosse che maturano in inverno e l’ultima per una antica leggenda celtica.


L’agrifoglio ( Ilex aquifolium L.) è un arbusto o alberello originario del nord e centro europa, che ama i boschi ombrosi e ricchi di humus. Esiste una pianta maschile ed una femminile con piccoli fiori bianchi. Le foglie sono coriacee e spinose ed i tipici frutti rossi compaiono in inverno. In Sicilia, nel massiccio montuoso delle Madonie, è stato scoperto un boschetto puro di agrifoglio con piante vecchie di oltre 900 anni. E’ una pianta relativamente tossica , poco usata in erboristeria, con effetti diuretici , febbrifughi e lassativi. Venti bacche ingerite possono provocare la morte per danni al sistema nervoso centrale ed al cuore. La tradizione pagana conferisce all’agrifoglio poteri protettivi verso i demoni. Veniva utilizzato già in epoca precristiana per decorare. I pagani nord europei e i Romani nei Saturnales celebravano la rinascita del sole al solstizio d'inverno. La rinnovata ascesa del sole in cielo che iniziava al solstizio era simbolicamente inscenata come una battaglia tra la quercia estiva e, appunto, l'agrifoglio invernale. Le rosse bacche dell'agrifoglio rappresentavano la fertilità durante la profonda oscurità invernale, una promessa di ritorno di luce e calore. Nella tradizione cristiana invece le foglie ricordano al corona di spine di Cristo e si dice che il colore rosso dei frutti sia dovuto al suo sangue, mentre i fiori bianchi sarebbero immagine della purezza di Maria.


Il vischio (Viscum album L.,) è una pianta epifita ed emiparassita, ovvero vive sui rami degli alberi, sfruttando la loro linfa succhiata grazie a organi simili a radici, gli austori, ma potendo anche compiere la fotosintesi. Pertanto solo in cari rari reca danni agli alberi su cui vive. I frutti sono piccole bacche di cui sono ghiotti gli uccelli che trasportano i semi in esse contenuti , depositandoli su altri alberi. Al vischio sono riconducibili leggende e tradizioni molto antiche: per le popolazioni celtiche era, assieme alla quercia, considerato pianta sacra e dono degli dei; secondo una leggenda nordica teneva lontane disgrazie e malattie. Continua in molti paesi a essere considerato simbolo di buon augurio durante il periodo natalizio: diffusa è infatti l'usanza, originaria dei paesi scandinavi, di salutare l'arrivo del nuovo anno baciandosi sotto uno dei suoi rami. Il succo delle bacche veniva usato per preparare colle usate nell'uccellagione Dal nome della pianta derivano i termini “ vischiosa” e “invischiato “. Sembra che le bacche posseggano effetti immunostimolanti ed antitumorali. I succhi concentrati possono invece determinare diplopia, midriasi, ipotensione, confusione mentale, allucinazioni, convulsioni.


Il pungitopo ( Ruscus aculeatus L.), è un arbusto sempreverde tipico del sottobosco, caratterizzato da piccoli frutti rossi che maturano in inverno. E’ una pianta dioica ( ovvero esiste un individuo maschile ed uno femminile ) . I frutti sono portati da false foglie, detti cladodi, ovvero rami trasformati, coriacei e con estremità appuntita. Ha notevoli proprietà medicinali Nella medicina popolare, per le doti diuretiche che possiede, è usato nella “composizione delle cinque radici”, che comprende pungitopo, prezzemolo, sedano, finocchio e asparago. Inoltre aumenta la resistenza delle pareti dei capillari. I semi, opportunamente tostati, venivano un tempo impiegati come sostituti del caffè. Anche i germogli primaverili sono commestibili e possono sostituire gli asparagi. Il nome fa riferimento al fatto che anticamente le sue foglie, taglienti, venivano messe attorno alle provviste, specie le pezze di formaggio, per salvaguardarle dai topi


Foto n 1 di Gianni Careddu


Foto n 2 da Wikipedia

Foto n 3 di Ljuba Brank

 


Rivista a cura di Rossana Trappa

 

 

21 novembre

Gocce di Natura
Articolo a cura di :Renato Perillo

Non facciamo la “ festa “ agli alberi.

Nel linguaggio triviale di molte letteratura cinematografica sappiamo bene cosa si intende per “ fare la festa”. Purtroppo , e non solo nel nostro Paese, invece di celebrare l’importanze e la bellezza di alberi e piante, spesso gli si “ fa la festa “. Il 21 novembre, come ogni anno, si piantano gli alberi, compagni essenziali della nostra vita e della vita sulla Terra. Dal giorno dopo si ricomincia a tagliarli ! Se è vero che in città gli alberi vanno “ gestiti “ , ovvero potati e curati nel migliore dei modi ( e non come spesso di fa ) , è vero il contrario in ambienti naturali.  La copertura vegetale sta aumentano, specie in Europa, a causa soprattutto dell’abbandono delle campagne che, lentamente, si rinaturalizzano, ovvero vengono riconquistate da “ erbacce “ e alberi che riprendono il loro posto. Arrivano anche gli insetti e con loro uccelli ed altri piccoli e, talora, grandi inquilini del bosco. Diversa è la gestione forestale per motivi economici, la silvicoltura. Si impiantano monocolture di alberi a rapida crescita per sfruttarli come biomassa vegetale da usare come materia prima ( cellulosa per carta, legno, etc ) o come combustibile. Oppure si “ curano “ le foreste , effettuando tagli degli alberi di maggiore dimensione con cadenze almeno decennali, Ad un osservatore non distratto non saranno sfuggite quelle aree dai contorni regolari di verde più chiaro che talvolta si vedono sulle pendici boscose di alcuni nostri monti. In quelle zone si è effettuato un taglio controllato. Orbene, questo sistema, apparentemente rispettoso, altera profondamente l’ecologia del bosco, interrompendo il suo percorso naturale verso la maturità ( il climax ).  Le piante più mature vengono tagliate, lasciando spazio per le giovani piante e macchie di luce troppo ampie. Non si lascia legno morto necessario per le comunità di funghi, insetti e loro predatori. La ceduazione, ovvero questo tipo di taglio, nei secoli ha eliminato gran parte delle foreste primarie paleartiche ( del continente europeo, nordafricano e nord dell’Himalaya) procurando gravi danni alla biodiversità. Il miglior modo per gestire le foreste, quindi, è non gestirle, lasciando che la Natura percorra la strada migliore, a noi spesso sconosciuta ! La necessità di legno e di biomasse vegetali va risolta diversamente, riforestando per esempio le campagne abbandonate, evitando quindi di aggredire boschi e foreste che ancora ospitano comunità vegetali ed animali preziose.

Facciamo in modo che sia ogni giorno il 21 novembre, piantando alberi, possibilmente autoctoni, nelle nostre città, in modo che possano fornirci, gratuitamente, i loro molteplici servici eco-sistemici. Gli alberi infatti  aumentano la vivibilità urbana, riducendo l’inquinamento atmosferico, mitiganto il climatico  con conseguente risparmio energetico, rimuovono dall’atmosfera e stoccano il carbonio, attenuano i rumori fastidiosi, assorbono le acque piovane, con prevenzione delle alluvioni, producono alimenti e materie prime (es. orti urbani), possono incrementare il valore degli immobili, hanno funzioni ricreative e sociali, sono occasione per attività culturali e sportive. Se ben curate, da persone competenti ed oneste, questi “ giganti giovinetti” , saranno per noi tutti preziosi vicini di casa.

 Rivista a cura di Rossana Trappa

Foto di Renato Perillo , Giardino Inglese Caserta ,  foto 1, 2 – Pinus pinea , Foto 3 , Cedrus libani, Foto 4  Sequoia sempervirens.

21 ottobre

Gocce di Natura
Articolo a cura di :Renato Perillo

Da Alexander von Humboldt a Paul Crutzen : l’Antropocene e l’ Omogenocene ( parte II )

 

Al momento della morte di Alexander von Humboldt le conoscenze geologiche erano già sufficienti per definire i principi della stratigrafia, ovvero quella a disciplina che studia la datazione delle rocce ed i rapporti reciproci fra unità rocciose distinte. Ogni strato di roccia ha i suoi fossili e rocce guida che ne identificano l’età. In tal modo si è ricostruita pazientemente la storia della Terra dando un nome ad ogni periodo a cominciare dai 4,5 miliardi di anni fa quando si stima il nostro Pianeta si formò. Le prime forme di vita si stima siano comparse 2,5 miliardi di anni fa, ma l’esplosione di ebbe nel Cambriano, circa 550 milioni di anni fa. Da alloro fu un susseguirsi di esplosioni biologiche e di estinzioni di massa, ben 5 fino ad oggi. Negli anni ’80 dello scorso secolo Eugene F. Stoermer, un biologo statunitense studioso di diatomee, piccoli organismi marini, coniò il termine “antropocene” ovvero una nuova epoca geologica in cui il principale attore dei cambiamenti sulla Terra era l’Uomo. In realtà fu un italiano, Il primo studioso a proporre una definizione specifica per l'era geologica in cui la Terra è massicciamente segnata dalla attività umana fu il geologo Antonio Stoppani, che nel 1873 scrisse che l'attività umana rappresentava una nuova forza tellurica e propose il termine di era antropozoica per definirla. Successivamente il geochimico russo Vernadskij considerò che «la direzione in cui i processi dell'evoluzione crescono, soprattutto verso la consapevolezza e il pensiero e le forme hanno un'influenza sempre maggiore sugli ambienti circostanti», e definì il periodo col termine di noősphera (ossia mondo del pensiero) per sottolineare il potere crescente della mente umana nel modellare il suo futuro e l'ambiente; lo stesso termine venne usato dal paleontologo e pensatore cattolico Teilhard de Chardin. Nel 1992, Andrew Revkin ipotizzo la creazione di una nuova epoca geologica chiamata Antrocene. Fu però Paul Crutzen, Nobel nel 1995 per i suoi studi della chimica dell’atmosfera ed in particolare sul buco dell’ozono, che scrisse e pubblicò nel 2005 il famoso libro “ Benvenuti nell'Antropocene. L'uomo ha cambiato il clima, la Terra entra in una nuova era” dove spiega dettagliatamente l’impatto che l’uomo ha avuto sulla Natura negli ultimi anni.
In verità già nel settembre 1962 la zoologa americana Rachel Carson diede alla stampa “Primavera silenziosa “ (titolo originale: Silent Spring)” in cui descriveva gli impatti devastanti sulla fauna ( gli uccelli appunto la cui assenza rendeva la primavera silenziosa ) del DDT. Il libro fu dedicato ad Albert Schweitzer che disse "L'uomo ha perduto la capacità di prevenire e prevedere. Andrà a finire che distruggerà la Terra"»
Il libro è considerato uno dei manifesti del movimento ambientalista ma, come abbiamo visto, fu solo uno degli ultimi gridi di allarme della comunità scientifica e civile sul problema degli impatti negativi dell’Uomo sull’Uomo.
Alla fine degli anni ‘90 dello scorso secolo sial l’entomologo Samways che lo zoologo Curnutt descrissero l’impatto delle specie aliene sulla perdita della biodiversità negli USA, denominando questo periodo della vita sulla Terra Omogenocene (da: omo-, stesso, geno-, generato e -cene, da kainòs, nuovo). Il termine considera il presente periodo come definito dalla diminuzione della biodiversità, con una omogeneizzazione progressiva della biogeografia e gli ecosistemi del mondo a causa delle specie aliene che sono disperse nel mondo volontariamente (colture, bestiame) o per rilasci involontari, come descritto da Charles C. Mann, nel suo libro “ 1493: Pomodori, tabacco e batteri. Come Colombo ha creato il mondo in cui viviamo”.
In questi giorni uno speciale gruppo di lavoro della Commissione Internazionale di Stratigrafia ha approvato che nel 1950 circa termina l’Olocene, iniziato 11700 anni fa con la fine dell’ultima glaciazione ed inizia l’Antropocene, periodo in cui la maggiore forza geodinamica è l’uomo stesso! 29 dei 34 membri della commissione hanno dato parere positivo. Ora gli stessi scienziati stanno studiando quali possano essere i fossili e le rocce guida dello strato geologico che si è deposto negli ultimi 60-70 anni. Certo è che bisogna trovare un “fossile “guida che tra 1000 o 2000 anni un geologo potrà riconoscere per identificare l’Antropocene. Quale potrebbe essere? Forse la candidata più adatta potrebbe essere la plastica, durevole e certamente caratteristica della nostra epoca. Ma mi chiedo e vi chiedo: ci sarà ancora tra 2000 anni un geologo “umano “ che potrà scoprire questo “ fossile guida “ ?

Bibliografia e sitografia
https://it.wikipedia.org/wiki/Antropocene
https://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Crutzen
Le Scienze ,611, luglio 2019, : 18

Foto di Renato Perillo


Rivista a cura di Rossana Trappa

 

21 settembre

Da Alexander von Humboldt a Paul Crutzen : l’Antropocene e l’ Omogenocene ( parte I ) 
Articolo di: Renato Perillo

 

Nel settembre 1769 nasceva a Berlino, da una nobile e ricca famiglia prussiana, Alexander von Humboldt. Dopo i suoi numerosi viaggi in Sud America, in Asia ed in Europa, egli iniziò a comprendere, circa 2 secoli fa, l’impatto negativo del taglio indiscriminato delle foreste per lo sfruttamento del legno sia come materia prima che come fonte di energia. Egli intuì che le azioni umane avrebbero prodotto danni all’ambiente naturale, ed in ultima analisi, alla stessa società umana. Molto altri scienziati, formatisi sui suoi libri, tra cui Thoreau, Waldo Emerson, Muir e lo stesso Darwin, seguirono le sue orme negli studi ecologici e nel denunziare il degrado della Natura. Sulle tracce dello studioso ed esploratore tedesco essi compresero, assieme ad Ernst Haeckel che coniò per primo il termine “ ecologia “, l‘unicità della Natura, superando il vecchio concetto riduzionista dei primi sistematici. Questi ultimi, sugli insegnamenti di von Linne, studiavano gli esseri viventi dal punto di vista morfologico, senza curarsi però delle relazioni che ogni animale o pianta aveva con gli altri abitanti della Terra e con l’ambiente fisico. La scienza, grazie a von Humboldt , uscì dalle polverose biblioteche e dalle tetre università della Vecchia Europa, per arrivare al cuore della persone, ed anche dei politici. I suoli libri e quelli dei suoi discepoli descrivevano la bellezza, la unicità e la utilità delle Natura, come un tutt’uno. Infatti ad iniziare dal Presidente Grant , la politica americana, sensibilizzata dallo stesso von Humboldt e dagli studiosi successivi, si fece parte attiva nel permette la nascita dei primi parchi nazionali come quello di Yellostone e della Sierra Nevada e di Yosemite, in California ( voluto da T. Roosevelt). Il pensiero di Alexander von Humboldt si sviluppo nel secolo delle grandi scoperte tecnologiche che avrebbero dato corso alla prima rivoluzione industriale, ma al contempo scienziati come Liebinitz e Newton contribuivano a svelare le leggi che regolavano l’Universo, il grande orologio. Ma von Humboldt ebbe la fortuna di conoscere anche Goethe, il grande poeta delle Natura che era anche un appassionato geologo e botanico. E da questi von Humboldt trasse quella capacità di rendere in una prosa affascinante la scienza, avvicinandolo al grande pubblico : egli fu primo divulgatore della Natura. 
Da quel 6 maggio 1859, anno della morte dello scienziato prussiano, sono trascorsi 160 anni. La Scienza ha pervaso la nostra vita ed assieme alla tecnologia ci ha reso come il Faust di Goethe, abbiamo barattato la nostra anima per la conoscenza, ora sappiamo che l’Uomo sopravvive grazia alla Natura e non contro di essa, eppure facciamo di tutto per distruggere la Terra e quindi noi stessi.

Rivista a cura di Rossana Trappa
Foto di: Renato Perillo

 

21 agosto                                                            L’albero di Giuda o Siliquastro (di Teresa Leggiero)

 

Sicuramente conosciamo tutti questo arbusto ornamentale dal portamento molto elegante e gentile, dalla fioritura copiosa ma, non tutti sanno perché è chiamato l’albero di Giuda. Il nome botanico è Cercis siliquastrum, perfetto per le città, i giardini e i parchi anche perché ha bisogno di pochissime cure ed è estremamente resistente all’inquinamento atmosferico. 
Le vere origini del suo nome sono tuttora avvolte in un alone di mistero…
Nella tradizione cristiana, il nome di questo albero è legato alla credenza medievale creata per spiegare la curiosa fioritura sulla corteccia nuda che fa capolino ancor prima che le foglie appaiano sui rami. La leggenda narra che sotto questo albero Giuda Escariota diede il famigerato bacio del tradimento a Gesù. Poco dopo, travolto da un inconsolabile rimorso, l’apostolo vi si impiccò segnando così la sua sorte. Da quel momento i cristiani odiarono profondamente quest’albero, ma, continua la leggenda, Dio riconobbe l’innocenza della pianta e volle donarle una fioritura abbondante affinché fosse di nuovo amata dagli uomini.

Rubrica a cura di Rossana Trappa
Foto di Teresa Leggiero

 

 

21 luglio                                                   Il profumo fantasma (Articolo di Renato Perillo)

 

Quando nel 1993 Spielberg diresse “Jurassik Park “, le conoscenze e le applicazioni della ingegneria genetica erano ancora molto scarse, e non certo tali da poter ottenere i risultati degli scienziati “pazzi “del film: dare nuova vita ad organismi ormai estinti da 65 milioni di anni, i dinosauri, prelevando il loro DNA dal sangue presente nell’addome di zanzare inglobate nell’ambra, una resina fossile di antiche conifere. Ma Spielberg può essere per caso considerato un novello Giulio Verne? Nel 2019 l’idea non è stata ancora realizzata, ma un passo in avanti si è fatto. E molto significativo. Un gruppo di genetiste di una società privata specializzata nell’ingegnerizzare microrganismi (batteri e lieviti) dotandoli di specifiche capacità sintetiche richieste dall’industria, ha perseguito per 4 anni un’idea apparentemente “pazza” e, apparentemente, contraria agli scopi di lucro dell'azienda: riprodurre i profumi di fiori appartenenti a piante ormai estinte. La ricerca è iniziata nelle pagine della lista rossa delle piante ed animali estinti. Una volta individuate piante, i cui parenti, ancora viventi, producono fiori profumati, le due ragazze hanno convinto gli arcigni curatori del mastodontico erbario di Harward ad aprire i loro preziosi scrigni. Finalmente ecco trovato un possibile candidato: l’ibisco di montagna delle isole Hawaii, estinto oltre un secolo fa a causa del sovrasfruttamento delle pendici vulcaniche dell’isola del Pacifico per allevare bovini. Non è stato facile convincere i conservatori del museo a cedere minuscole parti di foglie. Una volta ottenuti i campioni, grazie alle esperienze di un paleontologo che estrae DNA dalle ossa fossili, si è riuscito ad ottenere frammenti insignificanti (ed apparentemente inutili) di materiale genetico. Era come avere pezzetti di pagine di un libro e da esse cercare di ricavarne il significato del testo! Ma tecnologia e fantasia non mancavano a questi gruppi di biologici dell’aldilà! La Natura non fa mai lo stesso lavoro due volte, per cui i parenti viventi dell’ibisco di montagna avevano geni certamente simili. Da quegli stampi si cercò di ricostruire possibili geni che codificavano gli enzimi che producevano poi le complesse molecole profumate (i sesquiterpeni !!!). Con grande pazienza, migliaia di prove, l’ausilio delle migliori tecnologie e di lieviti molto disponibili, si è riuscito ad ottenere un profumo assolutamente sconosciuto costituito da undici molecole totalmente nuove e non esistenti in piante viventi. Questi profumi erano le “trappole “per i piccoli uccelli con il becco ricurvo che impollinavano l’ibisco estinto (oggi il loro ruolo viene svolto dai colibrì), che si sono coevoluti ed estinti con esso. Il profumo fantasma è stato valutato da una specialista di un grande azienda del settore che ne è rimasta affascinata e che così lo ha descritto: “lampi di cedro e di timo, un nucleo legnoso di corteccia e di ginepro che dà una sensazione di leggerezza “. L’area olfattiva del cervello è in stretto contatto con il sistema limbico, una parte del cervello antichissima, una zona che è connessa con gli aspetti emotivi più profondi, la paura, la fuga, il sesso, la fame. E la memoria olfattiva è estremamente permanente. E grazie a queste due ragazze terribili il nostro cervello potrà tornare a “sentire“profumi ormai estinti che ci potrebbero portare indietro di secoli o di millenni, facendoci forse recuperare sensazioni orami perdute, in molti casi, per cause umane , come nel caso dell’ìbisco di montagna.

rivista a cura di: Rossana Trappa


(Hibiscus syriacus L. - ibisco a fiore doppio, foto di Renato Perillo – Villa Comunale di San Nicola la Stada).

 

 

21 giugno                                          Un disco per l’estate ( a cura di Renato Perillo )

A metà degli anni ’60 nacque una manifestazione canora estiva, denominata appunto “ Un disco per l’estate”, per animare le calde serate italiane, come il Festival di Sanremo faceva per quelle fredde invernali. In realtà, già 350 milioni di anni fa, le estati erano allietate da cantanti instancabili : i grilli e le cicale. I grilli appartengono al grande Ordine degli Ortotteri, letteralmente con ali ortogonali, con riferimento alla particolare posizione che assume l’ala aperta. Si tratta di piccoli insetti vegetariani, i cui maschi suonano, in genere di notte, una noiosissima serenata di una o due sole note, in cerca della femmina. Per  produrre il loro “ canto “ , sfregano i margini delle ali dure e membranose. La vibrazione produce un suono tipico di ogni specie. La femmina, attirate dal canto, si avvicina al  maschio che riesce così a fecondarla. La femmina depone le uova sotto terra, grazie ad una vera e propria spada posta alla fine dell’addome, oppure tra le foglie. I piccoli grilli , detti neanidi, sono molto simili agli adulti, ma senza ali, nascono nella primavera successiva e spesso impiegano due anni per divenire adulti e continuare  a cantare la loro serenata.   

Se il grillo ci tiene compagnia di notte quando la temperatura scende, durante i caldissimi pomeriggi assolati  le cicale sono protagoniste assolute. Si tratta di grossi insetti grigi o verdastri, parenti delle cimici verdi delle piante, con ali robuste e membranose. Hanno una bocca dotata di un lungo rostro con cui suggono la linfa degli alberi e delle piante su cui si poggiano. Il loro canto, detto frinito, è prodotto da un vero e proprio organo posizionato nell’addome dei maschi. Potenti muscoli producono vibrazioni amplificati da vere e proprie casse armoniche. Una cicala australiana produce suoni con potenza di 100 decibel a 4,3 kHz ! Le femmine, attratte dal suono si avvicinano e rispondono con schiocchi prodotti dalle ali. Probabilmente il frinito serve anche a delimitare il territorio dei maschi e a comunicare alle femmine la loro “ virilità “. Circa 24 ore dopo l’accoppiamento la femmina depone le uove sotto terra. La biologia della cicale è particolarmente misteriosa. Le neanidi vivono sotto terra dove succhiano, al pari degli adulti, la linfa dalla radici delle piante. Trascorrono da 3 a 17 anni in queste condizioni. Dopo di che, improvvisamente maturano sessualmente, si dotano di ali e iniziano la loro effimera vita estiva. La cicale è da sempre al centro di miti e leggende, sia nella cultura mediterranea che in quelle orientali. In queste ultime, per la loro particolare biologia, è sinonimo della caducità delle cose ma anche della reincarnazione. Famosa infine la favola di Esopo della cicala e della formica, simboli della imprevidenza e della pigrizia la prima e della laboriosità  ed operosità la seconda, secondo una rappresentazione antropomorfica e finalistica che non appartiene ovviamente alla Natura : entrambe sono invece animali di “ successo “, visto che sulla Terra ci sono da oltre 350 milioni di anni.

Nenide di ortottero                                                                         Maschi adulto

Esuvia di cicale

  

21 maggio 2019

ll Silenzio di una rosa


Fin dall’ antichità le rose sono state i fiori più amati ed apprezzati per la loro bellezza, il loro dolce profumo, per il loro colore. Le rose avevano però anche una loro storia segreta antica. L’ espressione latina “sub rosa dicta velata est “, infatti ricorda che già nell’ antichità essa era simbolo di silenzio e riservatezza.
Nel Medioevo ed anche nell’ epoca moderna, una rosa su un tavolo durante una conversazione indicava che la stessa doveva rimanere segreta. La rosa che nella nostra contemporaneità è simbolo di passione nel passato è stata anche simbolo di silenzio e segreto.

Articolo a cura di Sebastiano Manco
Foto di :Sebastiano Manco
Rivista a cura di: Rossana Trappa

21 aprile 2019

Intelligente come una … zucca di Renato Perillo (IV e ultima Parte)

 

Quindi le piante hanno una loro sensibilità. Ma hanno anche un “cervello“? Non certo come lo intendiamo noi, le piante hanno infatti un cervello diffuso e modulare. Ogni cellula è in pratica capace di elaborare e trasmettere segnali alle cellule vicine (con segnali chimici) o a parti lontane delle piante, tramite rapidi segnali elettrici condotti dal complesso sistema vascolare delle piante (le piante, come è noto, sono dotate di due tipi di vasi, uno che conduce l’acqua e i minerali dalle radici alle foglie - xilema o legno - ed uno che percorre tutta la pianta e che conduce gli zuccheri e le altre sostanze elaborate - floema o libro). A questi si aggiungono poi i segnali chimici “lenti “, condotti dagli ormoni sempre per via vascolare. Per esempio se vi è carenza di acqua, le radici immediatamente comandano elettricamente a piccole strutture a forma di bocca presenti sulle foglie, gli stomi, di chiudersi, per evitare ulteriori pericolose perdite di liquidi. 
Le piante sono allora “intelligenti “? Hanno la capacità di affrontare e risolvere un problema? Hanno sensi in grado di leggere l’ambiente esterno ed interno e reagire di conseguenza? Da questi semplici esempi io credo proprio di si. Ma le piante, possono comunicare fra loro, con individui delle stesse specie e con specie differenti? Di questo magari ne parleremo in una prossima puntata.

Rivista a cura di Rossana Trappa
 

 

21 marzo 2019

Intelligente come una … zucca di Renato Perillo (III Parte)

Articolo di: Renato Perillo

 

Abbiamo parlato la scorsa volta del senso della “vista“ delle piante. Chissà se questi nostri amici verdi hanno in comune anche gli altri! Le piante, come è noto, producono sostante profumate, ma sentono anche gli odori altrui, il loro “naso “ è in tutte le cellule che , grazie a chemiorecettori, rispondono adeguatamente ai segnali chimici presenti nelle sostante odorose. Per esempio un pomodoro attaccato da parassiti, emette un particolare segnale chimico volatile che induce le altre consorelle vicine a produrre veleni che rendono poco appetibili le foglie. Ma le piante hanno anche il senso del gusto. Le radici hanno infatti la capacità di scovare l’acqua e i sali minerali necessari alla pianta e muoversi in quella direzione. Ed ancora il tatto. Esempi sono le foglie della Mimosa pudica che si chiudono quando vengono toccate, e le terribili trappole delle piante carnivore piglia mosche (Dionea muscipula). Ed ancora, molti fiori si chiudono quando vengono visitati da un insetto impollinatore, rilasciandolo solo dopo che si sarà imbrattato per bene di polline. Le cellule epidermiche delle piante posseggono infatti dei canali meccano-sensibili che trasportano il segnale e determinano la risposta. Le radici, quando incontrano un ostacolo, lo aggirano, così i viticci di molte rampicanti, si spostano fino a trovare un punto di appoggio. Ma le piante hanno il senso dell’udito? Di certo non hanno orecchie, al pari di tanti animali (serpenti, vermi, etc. ) , però sentono le vibrazioni , sia del terreno che dell’aria. Tanto che alcune viti di Montalcino hanno prodotto di più, prima e meglio, ascoltando un certo tipo di musica. Inoltre la musica sembra tenga lontano molti insetti parassiti, riducendo l’uso delle sostanze chimiche. Anche le radici sono influenzate da certe frequenze, e crescono in una direzione o si allontano dalla fonte, a seconda del tipo di suono. Non se ne è ancora compreso il motivo ed il significato adattativo, ma il fatto è certo: le piante ci sentono bene! Oltre ai nostri cinque sensi, le piante sono capaci di misurare con precisione l’umidità, la gravità, i campi elettromagnetici (che ne influenzano la crescita) e molti gradienti chimici.

Rivista a cura di Rossana Trappa
 

21 febbraio 2019

Intelligente come una … zucca  ( Parte II )

Articolo di : Renato Perillo 

Come si diceva, circa 450 milioni di anni fa le piante intrapresero una via diversa dagli animali. Si fermarono e misero radici. Ovvero persero la capacità di muoversi, che hanno conservato solo alcune alghe unicellulari, e “ decisero “ di cambiare modo di vivere. In quanto organismi autotrofi ( che si nutrono da se, ovvero tramite la fotosintesi ), avevano bisogno di acqua e di luce, oltre che di pochi altri elementi minerali.  Mutarono la loro struttura, diventando esseri modulari e con funzioni diffuse e distribuite, una scelta obbligata per esseri viventi che non potevano muoversi e quindi soggetti a servire facilmente da cibo. Per intenderci una pianta può perdere quasi tutto le sue parti e continuare a vivere : farà ricrescere foglie, rami, fiori e sarà nuovamente in grado di svolgere le sue funzioni. Per un animale questo non è possibile. Ma torniamo alla intelligenza. Sensi ed intelligenza sono strettamente collegati. Le interazioni con il mondo esterno (ed interno) di ogni essere gli permette di reagire e quindi di adattarsi alle diverse condizioni.

Le piante sono dotate di sensi e di un cervello, solo che non è concentrato come quello degli animali, e pertanto non riusciamo facilmente a vederlo. Ecco alcuni esempi. Le foglie, sede principale della fotosintesi, si muovono per ricevere il massimo dei raggi solari, hanno un sistema di fotorecettori e si spostano per ottimizzare le loro funzioni o viceversa per proteggersi da eccessi di luce e di calore. Quindi “ vedono “. Le radici, al contrario, rifuggono la luce. Non hanno occhi, ma riescono comunque ad interpretare e reagire in maniere “intelligente” alla luce !

 

21 gennaio 2019

Intelligente come una … zucca  ( Parte I )

Articolo di : Renato Perillo 

Non è certo questa una similitudine frequente, anzi forse nessuno ha mai pensato di utilizzarla. Anzi, per indicare una persona stupida si dice spesso “ zuccone”. Quando una persona ha smarrito ogni sua facoltà cerebrale si dice che è diventato un “vegetale“!

Ebbene, non è così. La zucca, come tutte le altre piante, ha una sua intelligenza. Del resto cos’è l’intelligenza se non la capacità di un agente di affrontare e risolvere con successo situazioni e problemi nuovi o sconosciuti o anche "un comportamento adattativo variabile durante la vita dell'individuo" (David Stenhouse) . Ebbene le piante hanno saputo affrontare e risolvere così bene i loro problemi da essere sulla Terra ben prima degli animali e di costituire oltre il 99% della biomassa di questo pianeta ! 

La difficoltà per noi “ animali “ umani di riconoscere alla piante pari dignità degli animali , viene da lontano. Per esempio, sull’arca Noè imbarcò gli animali ma non le piante per dare vita ad un nuovo mondo dopo il diluvio ( cosa avrebbero mangiato gli erbivori su una Terra devastata dal diluvio ? ). Salvo poi ad inviare la famosa colomba che gli riportò un rametto di olivo. Noè di certo, in qualche remoto angolo dell’arca una piante però l’aveva nascosta: la vite ! Anche le altre grandi religioni monoteiste non si curano molto delle piante.

Eppure senza di esse non esisterebbe vita sulla Terra, hanno per prime prodotto quel fantastico carburante che permette alle cellule di produrre energia con grande efficienza, l’ossigeno. Le piante sono l’anello che congiunge il Sole alla Terra , grazie alla fotosintesi. Sono cibo per gli animali, uomo compreso. Noi mangiamo vegetali o animali che si cibano di vegetali. Dalle piante, per esempio, ricaviamo energia ( petrolio e carbone in fondo erano piante ), farmaci, materie prime come le fibre vegetali o coloranti. Eppure queste nostre compagne di viaggio sono sempre un po’ bisfrattate, persino in campo legislativo. Mai nessuno proporrà una legge contro la sevizie sulle piante, eppure molte potature nelle nostre città sono proprio questo !  Tutto parte da lontano. Circa 450 milioni di anni fa …… ( alla prossima puntata )

 

21 dicembre 2018

Monete del Papa o Albero dei soldi … in primavera bei fiorellini, in autunno argentei soldini!

Articolo di: Teresa Leggiero

Un nome davvero altisonante attribuito alla Lunaria Annua, una pianta rustica dalla crescita vigorosa, dalla bellissima fioritura con 4 petali a croce. Cresce in modo spontaneo in zone asciutte e incolte, spesso presente in antichi giardini e resistente al freddo.

I fiori variano dal viola al bianco e il frutto tondeggiante seccandosi assume l’aspetto traslucido, mentre il colore ricorda le monete d’argento e da qui il nome.

La trasparenza dei frutti lascia intravedere i semi all’interno e per i bambini curiosi la raccolta delle “monetine” è un divertimento assicurato. In autunno, gli steli possono essere recisi per formare delle composizioni “fai da te” originali e durature come: bouquet, ghirlande, potpourri oppure mazzetti da unire con altri fiori secchi da utilizzare come segnaposti.

Nel linguaggio dei fiori la Lunaria simboleggia l’onestà e la chiarezza. Secondo qualche leggenda, una “monetina” secca nel portafogli è di buon auspicio economico per gli sposi, spesso i fiori secchi sono utilizzati per le composizioni ornamentali proprio nei matrimoni.

Curiosità dal mondo: In Asia, la Lunaria viene chiamata “Money Plant” (Albero dei soldi). Negli Stati Uniti “Silver dollars” (Dollari d’argento). In Danimarca “Judaspenge” e in Olanda “Judaspenning” (Monete di Giuda) alludendo ai trenta denari d’argento con cui sarebbe stato pagato Giuda Escariota nel racconto biblico.

Foto n 1 - FreeWeb

  

Foto n 2-3 Teresa Leggiero  

 

21 novembre 2018

I colori dell’autunno, ovvero la crema solare delle piante  (e non solo).  – di Renato Perillo

Dei colori delle foglie in autunno si dice che siano tenui, pastello, caldi, delicati. Ed in effetti, passeggiando in un bosco o in campagna in questo periodo, i verdi brillanti della primavera e dell’estate si stemperano nei gialli e nei rossi, poi in marroni profondi.

Alla fine dell’autunno molti alberi si spogliano del tutto e rimangono nudi, come morti ! Ma c’è poca poesia in quanto accade nelle foglie ! Il colore verde, è ben noto a tutti, è dovuto alla predominanza delle clorofille ( nelle piante superiori ce ne sono due diverse ! ) che, per la loro particolare struttura, assorbono la luce rossa e quindi ci appaio verdi ! Nelle cellule delle foglie, in particolari organelli chiamati cloroplasti (per il loro colore verde), avviene una delle reazioni chimiche complesse più importanti per la vita sulla Terra: la fotosintesi. Grazie a un meccanismo che solo relativamente da pochi anni è stato davvero chiarito nei particolari, l’acqua viene scissa grazie alla luce del sole catturata dalle clorofille e libera l’ossigeno. L’idrogeno residuo dell’acqua, con un complesso processo ciclico ( Ciclo di Calvin), che non necessita più della luce, si lega all’anidride carbonica producendo zuccheri, grazie ai quali è possibile la vita delle piante e di conseguenza di tutti gli animali. La fotosintesi è l’unico processo che riesce a trasformare, a temperature compatibili con la vita, l’energia contenuta nella luce del sole in energia chimica immagazzinata in molecole organiche come gli zuccheri. Ma i raggi ultravioletti della luce solare, come sa bene chi va al mare e non si protegge adeguatamente, “ bruciano “, ovvero possono provocare gravi danni alle strutture biologiche. Per proteggersi, le piante usano dei pigmenti gialli e rossi ( carotenoidi ) che, da una parte proteggono le cellule dai raggi UV come una crema solare (infatti essendo gialli e rossi assorbono la luce blu) e dall’altra catturano quei tipi di luce (verso il blu, appunto) che le clorofille non riescono ad intercettare, rendendo più efficiente il processo fotosintetico.

 

    

(nella foto di foglie di roverella a fine ottobre, cerchiata in giallo, si può notare la zona di degradazione della clorofilla dove divengono evidenti gli altri pigmenti )

 In autunno ed inverno, nei climi temperati come il nostro, si riducono le ore di luce e le temperature  tendono a diminuire. Molte piante hanno elaborato una strategia di sopravvivenza in cui vengono eliminate le foglie, non più utili per la scarsa illuminazione e per il freddo. La morte della foglie, che avviene per intervento di diversi ormoni vegetali prodotti quando si riducono le ore di luce, determina anche la degradazione della clorofilla, che perde man mano il suo colore. I pigmenti accessori, gialli e rossi, fino allora coperti dal verde preponderante, possono finalmente mettersi in mostra. Ed ecco che le foglie ingialliscono o diventano di un rosso caldissimo. Poi si seccano, diventano marroni e cadono definitivamente. Fino alla prossima primavera. In un eterno ciclo di buio e di luce, di giallo e di verde, di sonno e di risveglio.   

21 ottobre 2018

                                               Le castagne matte - Articolo di Rossana Trappa                                                                 

Nel  periodo autunnale la Natura ci regala dei  frutti molto gustosi ,le buonissime castagne.

Esse provengono da alberi maestosi e robusti  di Castanea sativa,non tutti  sanno però che ci sono frutti molto simili alle castagne commestibili ma che sono altamente tossiche se ingerite .

Sono le famose castagne matte o castagne d’india provenienti da alberi di Aesculus hippocastanum . Le due piante differiscono per la forma della foglia, del riccio e del seme stesso ed infatti  come vediamo in foto:

Le foglie del castagno sono alterne con lamina grande e lunga di forma lanceolata ,acuminata all’apice e seghettata nel margine, le foglie dell’ippocastano sono palmate composte da 5-7 foglie collegate ad un unico picciolo e  di forma obovata-lanceolata più larga all’apice ;il guscio esterno della castagna presenta numerosi aculei che invece in quello dell’ippocastano sono di numero inferiore e più radi; ed infine  Il seme della castagna differisce  per il caratteristico ciuffetto, detto torcia ,che invece è assente nella ‘altra castagna non commestibile che risulta di forma  tondeggiante e più grande .

Le piante maestose dell’ippocastano sono spesso presenti in città come piante ornamentali  e con un pò di  attenzione sono facilmente distinguibili  soprattutto ora che abbiamo visto le principali differenze .

Un altra curiosità deriva dal suo stesso nome” ippocastano “dove il prefisso “ippo”deriva dal greco e significa cavallo  ed infatti i frutti vengono consumati in piccole quantità da questi animali  per alleggerire le zampe e per loro non risulta tossico ,anche in  medicina ed in cosmetica il principio attivo è isolato ed utilizzato a dosaggi controllati proprio per creme defaticanti e tonificanti per gambe gonfie e pesanti.

È stato infatti dimostrato che l’ippocastano svolger un ‘azione benefica nei confronti dei capillari e vene soprattutto l’escina contenuta nei semi della pianta….cosa dire  di più ? Se non che la Natura non smette mai di sorprenderci …                             
                                       
Tutte le foto sono prese da internet,  tranne quella delle foglie di ippocastano che è di Renato Perillo

22 settembre 2018 - Gocce di Natura - di Renato Perillo


Dumbo, l’elefantino ubriaco ed altre storie.  Articolo di Renato Perillo - (I parte)

Nel 1941, in piena Seconda Guerra Mondiale, Disney presentò “Dumbo “, un cartone animato che ancora oggi riscuote un grande successo fra i più piccoli, e non solo! In una famosa, quanto inquietante scena, l’elefantino dalle orecchie sproporzionate ha delle allucinazioni: elefanti rosa che ballano a suon di tromba! Dumbo ha bevuto ed è ubriaco! Sorvolando sui messaggi subliminali che si sono voluti trovare di volta in volta in questa scena, vorrei concentrarmi invece sulla passione di molti animali per l’alcol e per altre sostanze psicoattive, partendo proprio dai simpatici pachidermi. Gli elefanti amano l’alcol! Lo ricercano nutrendosi di frutti ipermaturi ed in fermentazione, come quelli di alcune palme (si stima che molta frutta in fermentazione possa raggiungere un grado alcolico anche superiore al 5-7 %) L’assunzione non è occasionale né fortuita, ma intenzionale. Gli animali, infatti, vanno alla ricerca di queste fonti di alcol e ne rimangono inebriati. I branchi fuori controllo sono dannosi e pericolosi ed in India ci sono stati anche morti, feriti e villaggi distrutti da elefanti ubriachi. Uno degli alberi asiatici più graditi è il durian (Durio zibethimus. Fam. Malvaceae), i cui frutti maturi ed alcolici sono graditi, oltre che ai pachidermi, anche a scimmie e perfino alle tigri! E’noto un episodio di elefanti indiani che hanno assalito una fabbrica clandestina di liquori per depredarla e poi, ebbri, si sono lasciati andare, determino danni a cose e persone. In America del Nord gli scoiattoli e perfino i picchi vanno attivamente alla ricerca della linfa fermentata delle querce, fino ad ubriacarsi e a cadere in terra. Uno dei metodi usati per catturare gli orsi in Polonia e Russia era proprio attirarli con ciotole di … brandy e miele! Il povero animale si ubriacava ed era facile preda dei cacciatori. Gli orsi sfuggiti alla cattura, dopo aver assaggiato la miscela, ritornavano per cercarla nuovamente. SI tratta per tutti questi animali di comportamenti intenzionali e non casuali. Al pari degli uomini, anche a molti nostri amici animali piace … alzare il gomito. Anche ricci e lumache sono amanti dell’alcol. Uno dei metodi di cattura delle lumache negli orti, come è forse noto, è proprio offrire loro della birra di sera. Al mattino le ciotole di birra saranno piene di lumache ubriache. I ricci apprezzano l’alcol, tanto da stabilirsi negli orti dove viene loro offerto: in cambio, la loro voracità per gli insetti protegge la verdura, evitando l’uso di insetticidi.

 

Dumbo, l’elefantino ubriaco ed altre storie - Articolo di Renato Perillo ( parte II )

Non solo elefanti, ricci ed orsi amano l’alcol. Anche gli uccelli sono dei veri ubriaconi. A fine estate si cibano di bacche fermentate fino ad ubriacarsi e cadere al suolo in massa. Sono famosi gli episodi dei pettirossi in California che avevano mangiato i frutti fermentati dell’Agrifoglio ; in Australia centinaia di pappagalli si erano cibati dei frutti della Schotia brachypetala, un leguminosa chiamata appunto “albero del pappagallo ubriaco “, cadendo ubriachi !  Si potrebbe pensare ad intossicazioni involontarie, ma i pettirossi in genere non assumono più di 4 o 5 bacche di agrifoglio. Nello stomaco di quelli morti ne sono state contate 30 ! Quindi , sbronza a go-go! Ci sono decine di esempi anche per molti altri uccelli e perfino per gli insetti ! Infatti essi si nutrono spesso di frutti caduti a terra e fermentati, ricercandoli con avidità  o, come nel caso del cervo volante e della larva rodilegno della farfalla Cossus cossus, assorbono avidamente la linfa fermentata delle querce. Ed infine la bellissima sfinge del corbezzolo, che ricerca e si nutre di frutta marcia. Uno dei modi per osservare questo insetto velocissimo e sfuggente è proprio offrirgli una … bevutina ! Esso, subito dopo, inizia un volo barcollante e spesso cade a terra, con il rischio di essere predato con facilità. Ed infine un caso che tutti noi abbiamo potuto sperimentare : i moscerini della frutta. Quando si vede in giro per casa la simpatica mosca dagli occhi rossi (la famosa Drosophila), certamente qualche frutto sta marcendo e produce alcol, di cui questi insettini sono ghiotti. L’adattamento alcolico è così importante che, al di sotto di certe quantità assunte, si riduce la fertilità degli insetti. Insomma per il nostro moscerino l’alcol è vita !

Gli esempi riportati (in parte tratti da un bellissimo libro “ Animali che si drogano “ edito da Shake Edizioni e scritto benissimo da Giorgio Samorini, un etnobotanico italiano ) e molti altri relativi all’uso consapevole e volontario di droghe vegetali, hanno stimolato,nella comunità scientifica, un ampio dibattito tra gli                       “ortodossi “ che negano la presenza di scelte coscienti da parte degli animali e i più “ progressisti “ , tra cui l’autore del libro citato , che invece considerano che gli animali hanno una coscienza, per quanto arcaica, e cercano anche i “ piaceri della vita “, tra cui alcol e droghe diverse, con diversi scopi, tra cui appunto, al pari dell’Uomo, alterare il proprio stato di coscienza in maniera intenzionale. Del resto  se gli animali mettono a rischio la propria vita, devono necessariamente averne qualche vantaggio, come per la Drosophila, ma forse ne hanno solo piacere. E’ vero che molti animali frugivori convivono con moderate quantità di alcol senza effetti avversi, anzi l’odore alcolico indica loro la posizione del cibo . Cionondimeno  la maggior parte di quelli che si drogano (e non solo con l’alcol) si drogano “ forte “ ! Bisogna forse, finalmente,  accettare che anche gli animali si curano, si drogano, hanno comportamenti sessuali non finalizzati alla riproduzione? Insomma hanno una vita cosciente ? E’ ora di aprirsi al Post-Darwnismo ed alla Teoria della Esuberanza biologica ? La ricerca etologica va avanti. E’ importante studiare ed osservare la Natura con mente aperta, senza preconcetti e senza antropocentrismo. Nulla è definitivo per la Scienza. Ogni traguardo è un nuovo punto di partenza. Solo la Scienza in sé, ovvero la ricerca della verità , è un punto fermo.

 

 

12 SETTEMBRE 2018 Gocce di Natura Extra - di Milena Biondo

Seabin - per un mare #plasticfree

Seabin è un progetto ideato da due surfisti australiani ed è costituito da un semplice cestino in rete nylon, posizionato a pelo d'acqua, collegato ad una pompa aspirante che attira i rifiuti galleggianti fino ad 1,5 kg al giorno fino a 12 kg. Una volta pieni vengono svuotati manualmente come tutti i cestini da rifiuti. Questi cestini sono posizionati in punti strategici: pontili,banchine,circoli nautici.

 

AGOSTO 2018 Una per tutte, tutte per una ( parte seconda ) di Renato Perillo

Il motto dei Tre Moschettieri si adatta molto bene alla vita delle api: vedremo presto perché.  Proviamo ad aprire un’arnia, la loro casetta di legno. Troveremo degli ordinati telai dove, con la cera, le nostre amiche costruiscono cellette esagonali, in parte usate come deposito di miele ed in parte come nursery per l’allevamento della covata. A un occhio superficiale sembra che ci sia una confusione incredibile, migliaia di esserini si agitano, entrano, escono, volano via, ritornano. Eppure ognuna sa esattamente cosa fare e come farlo. Le maggior parte delle api sono operaie, tutte femmine sterili, dedite a mansioni diverse in base all’età : spazzine, guardiane, nutrici, bottinatrici e ceraiole. Ma il cuore pulsante della colonia è la regina, l’unica femmina con capacità riproduttive. Depone nelle cellette 1000 uova al giorno per 3-4 anni, con un riposo invernale. Le uova sono fecondate al momento della deposizione dalla stessa femmina (che trattiene il seme maschile dopo la fecondazione, in un “deposito”) e da esse nasceranno tutte femmine, le operaie, sterili in quanto le larve vengono nutrite con una dieta “ povera “ ( poca pappa reale e molto miele). Le operaie sono tutte sorelle, figlie della stessa regina. Quindi l’alveare si comporta come un enorme superorganismo. Ogni anno alcune uova, non fecondate, daranno origine ai maschi, i fuchi. Fannulloni che vengono nutriti dalla sorelle fino al momento in cui voleranno appresso a qualche regina di alveari vicini, inseguendola fino ad un’altezza di 1000 metri ed oltre. I più capaci la feconderanno ( in genere ogni regina viene fecondata da più di un maschio) e poi torneranno a casa pretendendo di essere nutriti. Ma le sorelle, spietate, li cacceranno di casa, avendo essi ormai assolto alla loro unica funzione ;  i poveracci, incapaci di procurarsi il cibo, moriranno di inedia o predati. La vita nella colonia scorre sempre uguale. Le operaie vivono 40 giorni circa in primavera estate e vengono continuamente sostituite dalle sorelle che esse stesse allevano. Le più fortunate, quelle nate a fine estate,  supereranno un inverno per essere pronte a curare la nuova covata primaverile. Dopo 3-4 anni la regina è ormai sfiancata dal super lavoro: le figlie se ne accorgono perché essa cambia “ profumo”, ovvero si riduce la produzione di un particolare feromone “reale” e decidono pertanto di mettere in cantiere una nuova regina. Costruiscono celle più grandi, e nutrono le larve con una supercibo, la pappa reale. Dopo alcune settimane nasceranno diverse regine, la prima che schiuderà ucciderà le sorelle, ancora nelle cellette, con una puntura di potente veleno. Due regine non possono coesistere ! La vecchia sovrana, con un nugolo di figlie fidate , sciamerà lontano alla ricerca di una nuova casa. La regina vergine volerà con i fuchi non figli suoi ed il ciclo ricomincerà. Preciso, puntuale, rigido, spietato, da 150 milioni di anni. Le operaie sono le vere padrone dell’alveare, mentre la regina ne è, in pratica, una  schiava. Una regine per tutte le operaie e tutte le operaie per una sola regina !

LUGLIO 2018 : Una per tutte, tutte per una ( parte prima) di Renato Perillo

Questi piccoli insetti dell’ordine degli Imenotteri, ovvero insetti con ali membranose, appartengono alla specie Apis mellifera ligustica SPINOLA 1806, meglio nota come Ape italiana. Gli antenati dell’ape apparirono sulla Terra circa 150 milioni di anni fa (i primi insetti invece comparvero ben 250 milioni di anni prima). Insetti e piante con fiori si sono evoluti assieme, gli uni e le altre essendo legate spesso a filo doppio : taluni insetti sono necessari per la riproduzione di molte piante e queste ripagano i pronubi con nettare e polline. Le api sono le impollinatrici per eccellenza. Volano da fiore a fiore dall’inizio delle primavera a fine estate. L’ultimo paio di zampe è dotato di una folta peluria dove si raccoglie il polline, la spora maschile delle piante. Le api, con le loro visite instancabili, depositano ( inconsapevolmente ) il polline su un fiore delle stessa specie. Ed il gioco è fatto ! Gli ovuli vengono fecondati, si trasformano in semi, protetti spesso da un frutto carnoso. Pesche, pere, fragole, susine, albicocche sono pronte per le nostre tavole, grazie al lavoro di api ed di altri insetti (altrove sulla Terra anche uccelli e pipistrelli collaborano in questo senso). In verità le piante coltivate avevano tutta un altro programma per i loro frutti , ma a loro in fondo va bene così, perche in molti casi sono i contadini che pensano alla loro riproduzione. I fiori, per attirare le api e gli altri insetti, si profumano, si vestono con colori accesi e nascondono in fondo ad un calice un liquido zuccherino. Per suggerlo le api si dovranno imbrattare di polline ! Insomma usano le stesse armi di seduzione di una donna, profumi, colori e doni nascosti ! Le api si nutrono e, tornate a casa, riempiono le cellete di cera dei loro alveari con nettari diversi che, opportunamente trasformati e concentrati da apposite ghiandole boccali, diverranno prezioso miele. Questi piccoli insetti sono mansueti e laboriosi, sia grazie alla straripante biodiversità italiana che all’assenza di animali predatori di miele che ne riducono l’aggressività; le api nostrane sono apprezzate e utilizzate in tutto il Mondo non tropicale per la produzione di miele (sopportano le nostre estati, ma non certo quelle africane ! ). Questi imenotteri sono un caso unico di animali non domestici (le api possono sopravvivere senza interventi umani) né domesticati realmente, ma che si comportano come tali. Ma è così idilliaco il mondo delle api?  Lo scopriremo la prossima volta !

 

Giugno 2018 GREENWOLF di Milena Biondo.

 

GREENWOLF è un immaginario lupo ambientalista che mangia solo la lana che andrebbe in discarica e non le pecore.

il progetto LIFE+GREENWOLF, finanziato dalla Comunità Europea, è un macchinario che converte le lane di scarto della tosatura annuale delle pecore in fertilizzante, senza l'utilizzo di solventi chimici.

Questo fertilizzante quindi può essere riutilizzato dagli stessi allevatori-agricoltori per i loro campi coltivati, chiudendo un ciclo produttivo in modo virtuoso e a basso costo.
surriscaldando la lana si liberano vari composti più semplici, come carbonio e azoto, che vanno a costituire un humus di alta qualità.

 

Maggio 2018 - IL MERAVIGLIOSO MONDO DEI FIORI SELVATICI…MESSAGGERI DI VITA di Teresa Leggiero

I fiori selvatici mi hanno sempre affascinato. Sono autonomi nel nascere e nel vivere, non hanno bisogno di concimi, di terra comprata, di vasi… non hanno bisogno dell’uomo. 
Colorano i prati delle montagne, i campi di grano, i margini delle strade, le aiuole, possono crescere in luoghi insperati, tra le rocce, su un tronco di un albero o tra i sassi, vivono poco ma in modo intenso. I fiori selvatici, non sono un segno di incuria, non sono “erbacce” come siamo soliti pensare, ma di forza selvaggia della natura.

Veronica persica o Occhietti della Madonna: curiosità, storie e leggende

La Veronica persica Poiret è una pianta comune, erbacea e perenne, alta dai 10 ai 20 cm; ha steli deboli prostrati al suolo che formano spesso una copertura intensa nei prati incolti; ha foglie ovate e seghettate.

Fiorisce da marzo a maggio sia in città che in campagna. La corolla è tetramera (con 4 petali), zigomorfa sul piano verticale. Fiori celesti o blu con striature scure e centro più chiaro, quasi bianco. Questa pianta predilige un terreno bilanciato e ben drenato, ricco di humus.

La simbologia del fiore di Veronica è legata alla parola addio. Si usa, infatti, come dono per amici o amati in procinto di partire. Chi la regala, infatti, ripone in questo fiore la speranza che gli occhi divini veglino sul viaggio delle persone amate.
Se osserviamo da vicino i piccoli e delicati fiori della Veronica possiamo notare che questi assomigliano, anche grazie al colore, a piccoli occhi. Infatti, nella cultura e nella tradizione popolare, questo fiore viene anche conosciuto con il nome di Occhi della Madonna.

Secondo una leggenda : (Virgilio Chiesa tratto da L’anima del villaggio, Gaggini, Lugano 1934)

- Una dolce mattina, nel Malcantone, discese la Madonna col bambino, per godersi la nostra primavera.
La Madonna passeggiava lungo un sentierino pianeggiante, invigilando il figlioletto, che correva felice tra l’erba e i fiori.
Dopo un po’, il piccolo Gesù ebbe sete e domandò da bere. La madre si guardò attorno, tese l’orecchio, ma non scorreva un filo d’acqua.
Già stava per prendersi in braccio la sua creaturina e risalire ai cieli, quando le si offerse allo sguardo un bianco fiorellino che, all’ombra d’un blocco erratico, quasi non osava mostrarsi.
La Madonna s’avvicinò all’intirizzito fiore, lo colse e vide dentro quel pallore una gocciola di rugiada, che sprizzò una luce di diamante.
Accostò la corolla a mo’ di minuscola coppa alle labbrucce del piccolo, perché sorbissero quella stilla. Gesù bambino s’ebbe spenta la sete e riprese le sue corserelle nei prati. La Vergine confortò d’uno sguardo il povero fiore, che abbandonava il capino sullo stelo. Lo riportò all’ombra del masso, riattaccandolo miracolosamente al gambo.
Tosto la corolla si drizzò e divenne azzurrina come l’iride della Madonna, cui aveva per un istante fissato. E tutti i fiori di quella specie, tinsero i bianchi petali di delicato azzurro.
Da allora, nel Malcantone, le veroniche sono chiamate “occhietti della Madonna”; guardano a primavera dalle siepi, dai margini dei ruscelli, dalle prode, fiori sacri all’alma madre dei cieli❞.

Articolo di :Teresa Leggiero 
Wwf Caserta OA Consigliere Provinciale /Settore Educazione Ambientale

Fotografia di: Renato Perillo tratta dall’ Erbario Digitale Tifatino

http://www.wwfcaserta.org/

 

 - Aprile 2018 - LE ORCHIDEE, PERFIDE INGANNATRICI - di  Renato Perillo.

Molte piante terrestri in primavera impegnano grandi energie per ammantarsi di fiori, colorati e profumati, non certo per soddisfare le esigenze degli innamorati, ma piuttosto per attrarre i pronubi, ovvero animali che “ favoriscono le nozze “ , come insetti, uccelli e perfino pipistrelli; essi trasportano il polline da un fiore ad un altro, permettendo la fecondazione e quindi il perpetuarsi della specie. I fiori premiano i loro messaggeri d’amore con il nettare. Alcune orchidee invece adottano un sistema di perfido inganno. Il petalo centrale, detto labello, assume la forma e il colore della femmina di una certa specie di ape o vespa. Il fiore inoltre, perché la frode sia ancora più realistica, produce anche il profumo (feromone) femminile. Ed il gioco è fatto, la trappola è pronta. Ignari quanto focosi maschi si avventano sul fiore, che si ricopre anche della peluria tipica delle femmine, e cercano di accoppiarsi. Dopo qualche tentativo, delusi, volano via. Intanto la perfida orchidea ha deposto una o due piccole masse di polline appiccicoso sulla testa o sull’addome dell’ignaro insetto che, durante un nuovo tentativo, feconderà un’altra pianta della stessa specie. Queste piante sono dei veri e propri parassiti dell’istinto sessuale dei poveri quanto ignari imenotteri. (due esempi di mimetismo che induce una pseudo copulazione; fig 1 Ophrys insectifera L. e fig. 2 Ophrys apifera Hudson).

 

Non solo rondini a primavera - di Rossana Trappa

Oggi 21 marzo tradizionalmente si festeggia San Benedetto da Norcia e secondo il calendario cristiano coincide con il primo giorno di primavera.

E come ci ricorda questo proverbio italiano che dice:”San Benedetto ,torna la rondine al tetto” in primavera tornano dall’Africa questi magnifici uccellini per nidificare qui da noi.

In realtà se ci fermiamo a guardare con maggiore attenzione le rondini che volano in questo periodo possiamo notare che non sono tutte uguali ed infatti gli uccelli che popolano i cieli in questa stagione non solo solo rondini ma anche rondoni e balestrucci anzi in città ci sono prevalentemente queste ultime due specie. Per poterle identificare dobbiamo conoscere alcune caratteristiche peculiari e precisamente:

  • La rondine (Hirudo rustica)è lunga 17-19 cm ha una coda lunga e profondamente biforcuta ,ali lunghe curve e aguzze e un piccolo becco diritto di color grigio scuro . La sottospecie europea è di color blu scuro (quasi nero)sul dorso, bianco sul ventre e con una striscia rossa sulla fronte e sulla gola .

  • Il rondone (Apus Apus )il cui nome deriva dal greco apous “privo di piedi” presenta zampe molto corte e femori a loro direttamente collegate. Questa caratteristica non gli permette di spiccare il volo da terra, per cui non li vedremo quasi mai posarsi a terra ;è leggermente più lungo di una rondine 21 cm ma ciò che lo caratterizza in maniera chiara è la sua coda più corta e il suo piumaggio tutto scuro con una piccola macchia bianca sotto al mento.

  • Infine il balestruccio (Delichon urbicum )più piccolo degli altri due è lungo 13-15 cm ha una coda meno biforcuta e ali più corte , il suo dorso è nero, tranne il groppone (una piccola parte sopra la coda )che è bianco come anche la gola e il ventre . Ora che sappiamo le principali differenze non ci resta che sollevare lo sguardo e lasciarci meravigliare da questi tre magnifici uccellini di primavera .

Arrivederci al mese prossimo ....