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Cosa sono le Gocce di Natura ?

 

Gocce di Natura  ( a cura di Rossana Trappa )
Questa rubrica nasce da un’idea dei giovani attivisti del Panda team YOUng WWF CASERTA OA per diffondere curiosità su piante ed animali, notizie storiche sulla natura, notizie sugli usi di erbe officinali nel passato e che, a tutt’oggi, offrono preziosi principi attivi nei medicinali d’uso quotidiano, sistemi innovativi di produzione da riuso e riciclo.
L' intento è di diffondere il sapere, incuriosire i lettori e valorizzare la conservazione della biodiversità grazie alla conoscenza
Gocce di Natura saranno articoli brevi che pubblicheremo con cadenza mensile.
Perché questo nome? 
Semplice, queste preziose curiosità arricchiranno la nostra conoscenza e l’amore per la Natura.
Quando?
A partire dal 21 marzo 2018 !

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21 marzo 2020

Gocce di Natura

E’ primavera, nonostante tutto !
di Renato Perillo

 

In un momento così drammatico per l’umanità non è facile dare leggerezza alle parole e parlare di primavera, che è entrata astronomicamente alcune ore fa !  Annoiata delle nostre piccole disgrazie , la Terra continua a girare su  stessa ed  intorno a Sole,  da 4 miliardi e rotti di anni, con qualche piccola variazione, con alcune modifiche periodiche , ma sempre lì. Ed il Sole, intanto, fa il suo mestiere, dà luce e calore, mette in moto l’acqua ed il vento, i mari e i fiumi, la Luna ispira i poeti e gli innamorati ma intanto solleva le maree. E la primavera, come ogni anno, ritorna, nonostante tutto. E sulla Terra, i fiori e gli animali la sentono arrivare. E quest’anno, anche con molto anticipo. Ho fotografato la prima mimosa in fiore il 3 gennaio ( Acacia dealbata, una pianta australiana !! ) !!! Il miracolo della vita che si risveglia ogni anno, in questo periodo si sente ancor meglio. Dal mio balcone, segregato come tutti, nel silenzio del traffico assente,ascolto i merli che si chiamano per metter su famiglia e le tortore dal collare che si fanno sentire con il loro canto noioso:  in piena estate assieme a quello delle cicale, la loro voce mi aiuta a riposare nella calura pomeridiana. Una volta le tortore erano uccelli migratori, che tornavano in Europa quando in Africa cominciava a far troppo caldo, invece ora rimango qui tutto l’anno. Miracoli dei cambiamenti climatici. Nel giardino sotto casa mia, due pruni ornamentali stanno ammantandosi di fiori rosa. Fra poco i petali cadranno e le foglie amaranto prederanno il sopravvento. E poi le Asteracee spontanee, piante comuni, ma che in questo momento sembrano un’esplosione di giallo, con i crespini e il tarassaco. E poi  il candore della pratolina . In un angolo, sotto un cancello , tra i rifiuti, ho scorto una viperina violetta. Ed ancora la Veronica comune e la fastidiosa Parietaria. In questo momento, anche il fiore più comune sembra un simbolo di speranza, di rinascita. Ciò che in genere si guarda disattenti , correndo, oggi, che rubiamo pochi passi per andare a comprare il pane o il giornale per poi correre di nuovo al sicuro in casa nostra, ci sembra un dono meraviglioso. La mia ultima passeggiata solitaria tra gli amati Colli Tifatini, prima che gli eventi ci privassero della libertà,  ha regalato il simbolo della primavera, le prima orchidea spontanee appena fiorita, un’ofride . Allora è vero che il Mondo va avanti ! Allora la Primavera, e con essa la nuova vita, arriva, comunque ! Incurante delle disgrazie umane che non sono maledizioni divine, ma più semplicemente passaggi dell’evoluzione della vita sulla Terra. O peggio sono effetti indiretti (ma non troppo) dei nostri comportamenti verso la Natura: deforestazione e cambiamenti climatici, traffico illecito ed uso improprio di animali selvatici, inquinamento. Quanto sta accadendo , la pandemia virale e le locuste in Africa, le tempeste o la siccità, servono a ricordarci che noi siamo parte di questa Natura, non padroni di questa Terra, inquilini, spesso morosi, di questo complesso condominio , le cui Leggi non possiamo aggirare e che non abbiano neppure capito a fondo.  Basta affacciarsi al balcone , ascoltare e guardare, con la giusta umiltà !


Ophrys sphegodes (Miller) var.sphegodes   
(Fior di ragno)


Acacia dealbata Link


Prunus pissardi


Sonchus asper (L.) Hill

Taraxacum officinale Weber ex Wiggers

Bellis perennis L.

Echium vulgare L.

Veronica persica Poir.

Parietaria officinalis L.

 

21 febbraio 2020

Gocce di Natura

Manna dal cielo? No, dai frassini.
di Rossana Trappa e Renato Perillo

 

I racconti sulla manna risalgono alla Bibbia e alla letteratura ebraica antica. Questa linfa dolciastra, secondo la tradizione, nutrì il popolo eletto in fuga dall’Egitto durante il loro peregrinare nel deserto, nei pressi del Monte Sinai, mentre Mosè riceveva le tavole della legge. In realtà, recenti approfonditi studi ritengono che la manna sia la secrezione zuccherina di una cocciniglia parassita delle tamerici, un albero tipico delle zone desertiche, e non quella del frassino, pianta che non riuscirebbe a vegetare in zone così aride. Sarebbe stata quindi la melata di un insetto ad aver salvato dalla fame gli israeliti.
Oggi però la manna, che ancora viene giù, si trova in Sicilia e fuoriesce da un'incisione opportunamente fatta sulla corteccia degli ornielli o frassini da manna (Fraxinus ornus L.), un alberello appartenente alla famiglia delle Oleaceae (la stessa dell'olivo). Questa linfa, a contatto con l’aria, si solidifica e forma delle stalattiti biancastre dal sapore mieloso. La manna è davvero una sostanza dalle molteplici proprietà, grazie alla presenza dal mannitolo, un alcol organico dal sapore dolce. Infatti è un blando lassativo, favorisce la depurazione dell'organismo, rafforza il sistema immunitario, aiuta e facilita il dimagrimento perché allontana grasso e scorie in eccesso. Essendo un dolcificante naturale, molto tollerato anche dai diabetici, è molto utilizzato anche in cucina nella preparazione di carni e dolci. In cosmetica trova il suo impiego per gli shampoo, i bagnoschiuma ed in farmaceutica in quanto potente cicatrizzante. Avendo inoltre notevoli capacità osmotiche, viene utilizzato per ridurre gli edemi cerebrali in caso di ictus.
Possiamo dunque davvero considerare questo prodotto una vera “manna dal cielo “.
Foto 1 e 2 di Renato Perillo
Foto 3 dal web

   

 

21 gennaio 2020

Gocce di Natura

Articolo a cura di Teresa Leggiero


29-30-31-gennaio… L’avventura di una famigliola di merli milanesi.
 

Sapete perché gli ultimi tre giorni di gennaio son detti ‘I giorni della merla’?

Una storia molto antica tramandata oralmente, racconta che, una famigliola di merli, stabilitasi con i tre piccoletti tra i tetti di Milano, cercò riparo sotto una grondaia.
Era quello l’unico posto dove la neve abbondante, che aveva coperto come un candito tappeto strade e tetti della città, non poteva raggiungerli. Il paesaggio innevato però, benché fantastico, era problematico, la copiosa neve copriva tutto e difficilmente si trovava qualche briciola per cui il merlo fu costretto, malgrado il freddo pungente, a volare lontano dalla città in cerca di qualche riparo migliore altrimenti i piccoli sarebbero morti per il freddo.
Era gennaio e gli ultimi tre giorni furono i più freddi dell’inverno.
Quando il merlo fece ritorno, dopo tre giorni, trovò la sua famigliola nera per il fumo che usciva dal comignolo del camino e quasi non riuscì a riconoscerli.
Fu così che da quel giorno i merli nacquero tutti neri mentre i merli bianchi divennero un’eccezione!
Da allora, gli ultimi tre giorni di gennaio sono detti ‘I giorni della merla’ … i più rigidi e freddi dell’anno.

Rivista a cura di: Rossana Trappa
Foto 1,2, dal web

21 Dicembre

Gocce di Natura
Articolo a cura di :Renato Perillo

 

Le piante di Natale



Sono numerose le specie vegetali associate alle feste natalizie. Ovviamente il classico albero di Natale, l’abete rosso ( Picea abies L.) o l’abete bianco ( Abies alba Mill.). La stella di Natale adorna i salotti di molte famiglie, facendo bella mostra delle sue brattee rosso vivo ( sono foglie modificate poste attorno al piccolo fiore giallino e insignificante ). La stella di Natale ( Euphorbia pulcherrima ) è una pianta di origine messicana “ brevi diurna “, ovvero fiorisce quando le giornate di accorciano, come in inverno. Al pari di molte specie della famiglia delle Euphorbiacee, contiene un latice urticante per l’uomo e può essere tossico per cani e gatti. Altre piante associate da sempre al Natale sono l’agrifoglio, il pungitopo e il vischio. Le prime due per le belle bacche rosse che maturano in inverno e l’ultima per una antica leggenda celtica.


L’agrifoglio ( Ilex aquifolium L.) è un arbusto o alberello originario del nord e centro europa, che ama i boschi ombrosi e ricchi di humus. Esiste una pianta maschile ed una femminile con piccoli fiori bianchi. Le foglie sono coriacee e spinose ed i tipici frutti rossi compaiono in inverno. In Sicilia, nel massiccio montuoso delle Madonie, è stato scoperto un boschetto puro di agrifoglio con piante vecchie di oltre 900 anni. E’ una pianta relativamente tossica , poco usata in erboristeria, con effetti diuretici , febbrifughi e lassativi. Venti bacche ingerite possono provocare la morte per danni al sistema nervoso centrale ed al cuore. La tradizione pagana conferisce all’agrifoglio poteri protettivi verso i demoni. Veniva utilizzato già in epoca precristiana per decorare. I pagani nord europei e i Romani nei Saturnales celebravano la rinascita del sole al solstizio d'inverno. La rinnovata ascesa del sole in cielo che iniziava al solstizio era simbolicamente inscenata come una battaglia tra la quercia estiva e, appunto, l'agrifoglio invernale. Le rosse bacche dell'agrifoglio rappresentavano la fertilità durante la profonda oscurità invernale, una promessa di ritorno di luce e calore. Nella tradizione cristiana invece le foglie ricordano al corona di spine di Cristo e si dice che il colore rosso dei frutti sia dovuto al suo sangue, mentre i fiori bianchi sarebbero immagine della purezza di Maria.


Il vischio (Viscum album L.,) è una pianta epifita ed emiparassita, ovvero vive sui rami degli alberi, sfruttando la loro linfa succhiata grazie a organi simili a radici, gli austori, ma potendo anche compiere la fotosintesi. Pertanto solo in cari rari reca danni agli alberi su cui vive. I frutti sono piccole bacche di cui sono ghiotti gli uccelli che trasportano i semi in esse contenuti , depositandoli su altri alberi. Al vischio sono riconducibili leggende e tradizioni molto antiche: per le popolazioni celtiche era, assieme alla quercia, considerato pianta sacra e dono degli dei; secondo una leggenda nordica teneva lontane disgrazie e malattie. Continua in molti paesi a essere considerato simbolo di buon augurio durante il periodo natalizio: diffusa è infatti l'usanza, originaria dei paesi scandinavi, di salutare l'arrivo del nuovo anno baciandosi sotto uno dei suoi rami. Il succo delle bacche veniva usato per preparare colle usate nell'uccellagione Dal nome della pianta derivano i termini “ vischiosa” e “invischiato “. Sembra che le bacche posseggano effetti immunostimolanti ed antitumorali. I succhi concentrati possono invece determinare diplopia, midriasi, ipotensione, confusione mentale, allucinazioni, convulsioni.


Il pungitopo ( Ruscus aculeatus L.), è un arbusto sempreverde tipico del sottobosco, caratterizzato da piccoli frutti rossi che maturano in inverno. E’ una pianta dioica ( ovvero esiste un individuo maschile ed uno femminile ) . I frutti sono portati da false foglie, detti cladodi, ovvero rami trasformati, coriacei e con estremità appuntita. Ha notevoli proprietà medicinali Nella medicina popolare, per le doti diuretiche che possiede, è usato nella “composizione delle cinque radici”, che comprende pungitopo, prezzemolo, sedano, finocchio e asparago. Inoltre aumenta la resistenza delle pareti dei capillari. I semi, opportunamente tostati, venivano un tempo impiegati come sostituti del caffè. Anche i germogli primaverili sono commestibili e possono sostituire gli asparagi. Il nome fa riferimento al fatto che anticamente le sue foglie, taglienti, venivano messe attorno alle provviste, specie le pezze di formaggio, per salvaguardarle dai topi


Foto n 1 di Gianni Careddu


Foto n 2 da Wikipedia

Foto n 3 di Ljuba Brank

 


Rivista a cura di Rossana Trappa

 

 

21 novembre

Gocce di Natura
Articolo a cura di :Renato Perillo

Non facciamo la “ festa “ agli alberi.

Nel linguaggio triviale di molte letteratura cinematografica sappiamo bene cosa si intende per “ fare la festa”. Purtroppo , e non solo nel nostro Paese, invece di celebrare l’importanze e la bellezza di alberi e piante, spesso gli si “ fa la festa “. Il 21 novembre, come ogni anno, si piantano gli alberi, compagni essenziali della nostra vita e della vita sulla Terra. Dal giorno dopo si ricomincia a tagliarli ! Se è vero che in città gli alberi vanno “ gestiti “ , ovvero potati e curati nel migliore dei modi ( e non come spesso di fa ) , è vero il contrario in ambienti naturali.  La copertura vegetale sta aumentano, specie in Europa, a causa soprattutto dell’abbandono delle campagne che, lentamente, si rinaturalizzano, ovvero vengono riconquistate da “ erbacce “ e alberi che riprendono il loro posto. Arrivano anche gli insetti e con loro uccelli ed altri piccoli e, talora, grandi inquilini del bosco. Diversa è la gestione forestale per motivi economici, la silvicoltura. Si impiantano monocolture di alberi a rapida crescita per sfruttarli come biomassa vegetale da usare come materia prima ( cellulosa per carta, legno, etc ) o come combustibile. Oppure si “ curano “ le foreste , effettuando tagli degli alberi di maggiore dimensione con cadenze almeno decennali, Ad un osservatore non distratto non saranno sfuggite quelle aree dai contorni regolari di verde più chiaro che talvolta si vedono sulle pendici boscose di alcuni nostri monti. In quelle zone si è effettuato un taglio controllato. Orbene, questo sistema, apparentemente rispettoso, altera profondamente l’ecologia del bosco, interrompendo il suo percorso naturale verso la maturità ( il climax ).  Le piante più mature vengono tagliate, lasciando spazio per le giovani piante e macchie di luce troppo ampie. Non si lascia legno morto necessario per le comunità di funghi, insetti e loro predatori. La ceduazione, ovvero questo tipo di taglio, nei secoli ha eliminato gran parte delle foreste primarie paleartiche ( del continente europeo, nordafricano e nord dell’Himalaya) procurando gravi danni alla biodiversità. Il miglior modo per gestire le foreste, quindi, è non gestirle, lasciando che la Natura percorra la strada migliore, a noi spesso sconosciuta ! La necessità di legno e di biomasse vegetali va risolta diversamente, riforestando per esempio le campagne abbandonate, evitando quindi di aggredire boschi e foreste che ancora ospitano comunità vegetali ed animali preziose.

Facciamo in modo che sia ogni giorno il 21 novembre, piantando alberi, possibilmente autoctoni, nelle nostre città, in modo che possano fornirci, gratuitamente, i loro molteplici servici eco-sistemici. Gli alberi infatti  aumentano la vivibilità urbana, riducendo l’inquinamento atmosferico, mitiganto il climatico  con conseguente risparmio energetico, rimuovono dall’atmosfera e stoccano il carbonio, attenuano i rumori fastidiosi, assorbono le acque piovane, con prevenzione delle alluvioni, producono alimenti e materie prime (es. orti urbani), possono incrementare il valore degli immobili, hanno funzioni ricreative e sociali, sono occasione per attività culturali e sportive. Se ben curate, da persone competenti ed oneste, questi “ giganti giovinetti” , saranno per noi tutti preziosi vicini di casa.

 Rivista a cura di Rossana Trappa

Foto di Renato Perillo , Giardino Inglese Caserta ,  foto 1, 2 – Pinus pinea , Foto 3 , Cedrus libani, Foto 4  Sequoia sempervirens.

21 ottobre

Gocce di Natura
Articolo a cura di :Renato Perillo

Da Alexander von Humboldt a Paul Crutzen : l’Antropocene e l’ Omogenocene ( parte II )

 

Al momento della morte di Alexander von Humboldt le conoscenze geologiche erano già sufficienti per definire i principi della stratigrafia, ovvero quella a disciplina che studia la datazione delle rocce ed i rapporti reciproci fra unità rocciose distinte. Ogni strato di roccia ha i suoi fossili e rocce guida che ne identificano l’età. In tal modo si è ricostruita pazientemente la storia della Terra dando un nome ad ogni periodo a cominciare dai 4,5 miliardi di anni fa quando si stima il nostro Pianeta si formò. Le prime forme di vita si stima siano comparse 2,5 miliardi di anni fa, ma l’esplosione di ebbe nel Cambriano, circa 550 milioni di anni fa. Da alloro fu un susseguirsi di esplosioni biologiche e di estinzioni di massa, ben 5 fino ad oggi. Negli anni ’80 dello scorso secolo Eugene F. Stoermer, un biologo statunitense studioso di diatomee, piccoli organismi marini, coniò il termine “antropocene” ovvero una nuova epoca geologica in cui il principale attore dei cambiamenti sulla Terra era l’Uomo. In realtà fu un italiano, Il primo studioso a proporre una definizione specifica per l'era geologica in cui la Terra è massicciamente segnata dalla attività umana fu il geologo Antonio Stoppani, che nel 1873 scrisse che l'attività umana rappresentava una nuova forza tellurica e propose il termine di era antropozoica per definirla. Successivamente il geochimico russo Vernadskij considerò che «la direzione in cui i processi dell'evoluzione crescono, soprattutto verso la consapevolezza e il pensiero e le forme hanno un'influenza sempre maggiore sugli ambienti circostanti», e definì il periodo col termine di noősphera (ossia mondo del pensiero) per sottolineare il potere crescente della mente umana nel modellare il suo futuro e l'ambiente; lo stesso termine venne usato dal paleontologo e pensatore cattolico Teilhard de Chardin. Nel 1992, Andrew Revkin ipotizzo la creazione di una nuova epoca geologica chiamata Antrocene. Fu però Paul Crutzen, Nobel nel 1995 per i suoi studi della chimica dell’atmosfera ed in particolare sul buco dell’ozono, che scrisse e pubblicò nel 2005 il famoso libro “ Benvenuti nell'Antropocene. L'uomo ha cambiato il clima, la Terra entra in una nuova era” dove spiega dettagliatamente l’impatto che l’uomo ha avuto sulla Natura negli ultimi anni.
In verità già nel settembre 1962 la zoologa americana Rachel Carson diede alla stampa “Primavera silenziosa “ (titolo originale: Silent Spring)” in cui descriveva gli impatti devastanti sulla fauna ( gli uccelli appunto la cui assenza rendeva la primavera silenziosa ) del DDT. Il libro fu dedicato ad Albert Schweitzer che disse "L'uomo ha perduto la capacità di prevenire e prevedere. Andrà a finire che distruggerà la Terra"»
Il libro è considerato uno dei manifesti del movimento ambientalista ma, come abbiamo visto, fu solo uno degli ultimi gridi di allarme della comunità scientifica e civile sul problema degli impatti negativi dell’Uomo sull’Uomo.
Alla fine degli anni ‘90 dello scorso secolo sial l’entomologo Samways che lo zoologo Curnutt descrissero l’impatto delle specie aliene sulla perdita della biodiversità negli USA, denominando questo periodo della vita sulla Terra Omogenocene (da: omo-, stesso, geno-, generato e -cene, da kainòs, nuovo). Il termine considera il presente periodo come definito dalla diminuzione della biodiversità, con una omogeneizzazione progressiva della biogeografia e gli ecosistemi del mondo a causa delle specie aliene che sono disperse nel mondo volontariamente (colture, bestiame) o per rilasci involontari, come descritto da Charles C. Mann, nel suo libro “ 1493: Pomodori, tabacco e batteri. Come Colombo ha creato il mondo in cui viviamo”.
In questi giorni uno speciale gruppo di lavoro della Commissione Internazionale di Stratigrafia ha approvato che nel 1950 circa termina l’Olocene, iniziato 11700 anni fa con la fine dell’ultima glaciazione ed inizia l’Antropocene, periodo in cui la maggiore forza geodinamica è l’uomo stesso! 29 dei 34 membri della commissione hanno dato parere positivo. Ora gli stessi scienziati stanno studiando quali possano essere i fossili e le rocce guida dello strato geologico che si è deposto negli ultimi 60-70 anni. Certo è che bisogna trovare un “fossile “guida che tra 1000 o 2000 anni un geologo potrà riconoscere per identificare l’Antropocene. Quale potrebbe essere? Forse la candidata più adatta potrebbe essere la plastica, durevole e certamente caratteristica della nostra epoca. Ma mi chiedo e vi chiedo: ci sarà ancora tra 2000 anni un geologo “umano “ che potrà scoprire questo “ fossile guida “ ?

Bibliografia e sitografia
https://it.wikipedia.org/wiki/Antropocene
https://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Crutzen
Le Scienze ,611, luglio 2019, : 18

Foto di Renato Perillo


Rivista a cura di Rossana Trappa

 

21 settembre

Da Alexander von Humboldt a Paul Crutzen : l’Antropocene e l’ Omogenocene ( parte I ) 
Articolo di: Renato Perillo

 

Nel settembre 1769 nasceva a Berlino, da una nobile e ricca famiglia prussiana, Alexander von Humboldt. Dopo i suoi numerosi viaggi in Sud America, in Asia ed in Europa, egli iniziò a comprendere, circa 2 secoli fa, l’impatto negativo del taglio indiscriminato delle foreste per lo sfruttamento del legno sia come materia prima che come fonte di energia. Egli intuì che le azioni umane avrebbero prodotto danni all’ambiente naturale, ed in ultima analisi, alla stessa società umana. Molto altri scienziati, formatisi sui suoi libri, tra cui Thoreau, Waldo Emerson, Muir e lo stesso Darwin, seguirono le sue orme negli studi ecologici e nel denunziare il degrado della Natura. Sulle tracce dello studioso ed esploratore tedesco essi compresero, assieme ad Ernst Haeckel che coniò per primo il termine “ ecologia “, l‘unicità della Natura, superando il vecchio concetto riduzionista dei primi sistematici. Questi ultimi, sugli insegnamenti di von Linne, studiavano gli esseri viventi dal punto di vista morfologico, senza curarsi però delle relazioni che ogni animale o pianta aveva con gli altri abitanti della Terra e con l’ambiente fisico. La scienza, grazie a von Humboldt , uscì dalle polverose biblioteche e dalle tetre università della Vecchia Europa, per arrivare al cuore della persone, ed anche dei politici. I suoli libri e quelli dei suoi discepoli descrivevano la bellezza, la unicità e la utilità delle Natura, come un tutt’uno. Infatti ad iniziare dal Presidente Grant , la politica americana, sensibilizzata dallo stesso von Humboldt e dagli studiosi successivi, si fece parte attiva nel permette la nascita dei primi parchi nazionali come quello di Yellostone e della Sierra Nevada e di Yosemite, in California ( voluto da T. Roosevelt). Il pensiero di Alexander von Humboldt si sviluppo nel secolo delle grandi scoperte tecnologiche che avrebbero dato corso alla prima rivoluzione industriale, ma al contempo scienziati come Liebinitz e Newton contribuivano a svelare le leggi che regolavano l’Universo, il grande orologio. Ma von Humboldt ebbe la fortuna di conoscere anche Goethe, il grande poeta delle Natura che era anche un appassionato geologo e botanico. E da questi von Humboldt trasse quella capacità di rendere in una prosa affascinante la scienza, avvicinandolo al grande pubblico : egli fu primo divulgatore della Natura. 
Da quel 6 maggio 1859, anno della morte dello scienziato prussiano, sono trascorsi 160 anni. La Scienza ha pervaso la nostra vita ed assieme alla tecnologia ci ha reso come il Faust di Goethe, abbiamo barattato la nostra anima per la conoscenza, ora sappiamo che l’Uomo sopravvive grazia alla Natura e non contro di essa, eppure facciamo di tutto per distruggere la Terra e quindi noi stessi.

Rivista a cura di Rossana Trappa
Foto di: Renato Perillo

 

21 agosto                                                            L’albero di Giuda o Siliquastro (di Teresa Leggiero)

 

Sicuramente conosciamo tutti questo arbusto ornamentale dal portamento molto elegante e gentile, dalla fioritura copiosa ma, non tutti sanno perché è chiamato l’albero di Giuda. Il nome botanico è Cercis siliquastrum, perfetto per le città, i giardini e i parchi anche perché ha bisogno di pochissime cure ed è estremamente resistente all’inquinamento atmosferico. 
Le vere origini del suo nome sono tuttora avvolte in un alone di mistero…
Nella tradizione cristiana, il nome di questo albero è legato alla credenza medievale creata per spiegare la curiosa fioritura sulla corteccia nuda che fa capolino ancor prima che le foglie appaiano sui rami. La leggenda narra che sotto questo albero Giuda Escariota diede il famigerato bacio del tradimento a Gesù. Poco dopo, travolto da un inconsolabile rimorso, l’apostolo vi si impiccò segnando così la sua sorte. Da quel momento i cristiani odiarono profondamente quest’albero, ma, continua la leggenda, Dio riconobbe l’innocenza della pianta e volle donarle una fioritura abbondante affinché fosse di nuovo amata dagli uomini.

Rubrica a cura di Rossana Trappa
Foto di Teresa Leggiero

 

 

21 luglio                                                   Il profumo fantasma (Articolo di Renato Perillo)

 

Quando nel 1993 Spielberg diresse “Jurassik Park “, le conoscenze e le applicazioni della ingegneria genetica erano ancora molto scarse, e non certo tali da poter ottenere i risultati degli scienziati “pazzi “del film: dare nuova vita ad organismi ormai estinti da 65 milioni di anni, i dinosauri, prelevando il loro DNA dal sangue presente nell’addome di zanzare inglobate nell’ambra, una resina fossile di antiche conifere. Ma Spielberg può essere per caso considerato un novello Giulio Verne? Nel 2019 l’idea non è stata ancora realizzata, ma un passo in avanti si è fatto. E molto significativo. Un gruppo di genetiste di una società privata specializzata nell’ingegnerizzare microrganismi (batteri e lieviti) dotandoli di specifiche capacità sintetiche richieste dall’industria, ha perseguito per 4 anni un’idea apparentemente “pazza” e, apparentemente, contraria agli scopi di lucro dell'azienda: riprodurre i profumi di fiori appartenenti a piante ormai estinte. La ricerca è iniziata nelle pagine della lista rossa delle piante ed animali estinti. Una volta individuate piante, i cui parenti, ancora viventi, producono fiori profumati, le due ragazze hanno convinto gli arcigni curatori del mastodontico erbario di Harward ad aprire i loro preziosi scrigni. Finalmente ecco trovato un possibile candidato: l’ibisco di montagna delle isole Hawaii, estinto oltre un secolo fa a causa del sovrasfruttamento delle pendici vulcaniche dell’isola del Pacifico per allevare bovini. Non è stato facile convincere i conservatori del museo a cedere minuscole parti di foglie. Una volta ottenuti i campioni, grazie alle esperienze di un paleontologo che estrae DNA dalle ossa fossili, si è riuscito ad ottenere frammenti insignificanti (ed apparentemente inutili) di materiale genetico. Era come avere pezzetti di pagine di un libro e da esse cercare di ricavarne il significato del testo! Ma tecnologia e fantasia non mancavano a questi gruppi di biologici dell’aldilà! La Natura non fa mai lo stesso lavoro due volte, per cui i parenti viventi dell’ibisco di montagna avevano geni certamente simili. Da quegli stampi si cercò di ricostruire possibili geni che codificavano gli enzimi che producevano poi le complesse molecole profumate (i sesquiterpeni !!!). Con grande pazienza, migliaia di prove, l’ausilio delle migliori tecnologie e di lieviti molto disponibili, si è riuscito ad ottenere un profumo assolutamente sconosciuto costituito da undici molecole totalmente nuove e non esistenti in piante viventi. Questi profumi erano le “trappole “per i piccoli uccelli con il becco ricurvo che impollinavano l’ibisco estinto (oggi il loro ruolo viene svolto dai colibrì), che si sono coevoluti ed estinti con esso. Il profumo fantasma è stato valutato da una specialista di un grande azienda del settore che ne è rimasta affascinata e che così lo ha descritto: “lampi di cedro e di timo, un nucleo legnoso di corteccia e di ginepro che dà una sensazione di leggerezza “. L’area olfattiva del cervello è in stretto contatto con il sistema limbico, una parte del cervello antichissima, una zona che è connessa con gli aspetti emotivi più profondi, la paura, la fuga, il sesso, la fame. E la memoria olfattiva è estremamente permanente. E grazie a queste due ragazze terribili il nostro cervello potrà tornare a “sentire“profumi ormai estinti che ci potrebbero portare indietro di secoli o di millenni, facendoci forse recuperare sensazioni orami perdute, in molti casi, per cause umane , come nel caso dell’ìbisco di montagna.

rivista a cura di: Rossana Trappa


(Hibiscus syriacus L. - ibisco a fiore doppio, foto di Renato Perillo – Villa Comunale di San Nicola la Stada).

 

 

21 giugno                                          Un disco per l’estate ( a cura di Renato Perillo )

A metà degli anni ’60 nacque una manifestazione canora estiva, denominata appunto “ Un disco per l’estate”, per animare le calde serate italiane, come il Festival di Sanremo faceva per quelle fredde invernali. In realtà, già 350 milioni di anni fa, le estati erano allietate da cantanti instancabili : i grilli e le cicale. I grilli appartengono al grande Ordine degli Ortotteri, letteralmente con ali ortogonali, con riferimento alla particolare posizione che assume l’ala aperta. Si tratta di piccoli insetti vegetariani, i cui maschi suonano, in genere di notte, una noiosissima serenata di una o due sole note, in cerca della femmina. Per  produrre il loro “ canto “ , sfregano i margini delle ali dure e membranose. La vibrazione produce un suono tipico di ogni specie. La femmina, attirate dal canto, si avvicina al  maschio che riesce così a fecondarla. La femmina depone le uova sotto terra, grazie ad una vera e propria spada posta alla fine dell’addome, oppure tra le foglie. I piccoli grilli , detti neanidi, sono molto simili agli adulti, ma senza ali, nascono nella primavera successiva e spesso impiegano due anni per divenire adulti e continuare  a cantare la loro serenata.   

Se il grillo ci tiene compagnia di notte quando la temperatura scende, durante i caldissimi pomeriggi assolati  le cicale sono protagoniste assolute. Si tratta di grossi insetti grigi o verdastri, parenti delle cimici verdi delle piante, con ali robuste e membranose. Hanno una bocca dotata di un lungo rostro con cui suggono la linfa degli alberi e delle piante su cui si poggiano. Il loro canto, detto frinito, è prodotto da un vero e proprio organo posizionato nell’addome dei maschi. Potenti muscoli producono vibrazioni amplificati da vere e proprie casse armoniche. Una cicala australiana produce suoni con potenza di 100 decibel a 4,3 kHz ! Le femmine, attratte dal suono si avvicinano e rispondono con schiocchi prodotti dalle ali. Probabilmente il frinito serve anche a delimitare il territorio dei maschi e a comunicare alle femmine la loro “ virilità “. Circa 24 ore dopo l’accoppiamento la femmina depone le uove sotto terra. La biologia della cicale è particolarmente misteriosa. Le neanidi vivono sotto terra dove succhiano, al pari degli adulti, la linfa dalla radici delle piante. Trascorrono da 3 a 17 anni in queste condizioni. Dopo di che, improvvisamente maturano sessualmente, si dotano di ali e iniziano la loro effimera vita estiva. La cicale è da sempre al centro di miti e leggende, sia nella cultura mediterranea che in quelle orientali. In queste ultime, per la loro particolare biologia, è sinonimo della caducità delle cose ma anche della reincarnazione. Famosa infine la favola di Esopo della cicala e della formica, simboli della imprevidenza e della pigrizia la prima e della laboriosità  ed operosità la seconda, secondo una rappresentazione antropomorfica e finalistica che non appartiene ovviamente alla Natura : entrambe sono invece animali di “ successo “, visto che sulla Terra ci sono da oltre 350 milioni di anni.

Nenide di ortottero                                                                         Maschi adulto

Esuvia di cicale

  

21 maggio 2019

ll Silenzio di una rosa


Fin dall’ antichità le rose sono state i fiori più amati ed apprezzati per la loro bellezza, il loro dolce profumo, per il loro colore. Le rose avevano però anche una loro storia segreta antica. L’ espressione latina “sub rosa dicta velata est “, infatti ricorda che già nell’ antichità essa era simbolo di silenzio e riservatezza.
Nel Medioevo ed anche nell’ epoca moderna, una rosa su un tavolo durante una conversazione indicava che la stessa doveva rimanere segreta. La rosa che nella nostra contemporaneità è simbolo di passione nel passato è stata anche simbolo di silenzio e segreto.

Articolo a cura di Sebastiano Manco
Foto di :Sebastiano Manco
Rivista a cura di: Rossana Trappa

21 aprile 2019

Intelligente come una … zucca di Renato Perillo (IV e ultima Parte)

 

Quindi le piante hanno una loro sensibilità. Ma hanno anche un “cervello“? Non certo come lo intendiamo noi, le piante hanno infatti un cervello diffuso e modulare. Ogni cellula è in pratica capace di elaborare e trasmettere segnali alle cellule vicine (con segnali chimici) o a parti lontane delle piante, tramite rapidi segnali elettrici condotti dal complesso sistema vascolare delle piante (le piante, come è noto, sono dotate di due tipi di vasi, uno che conduce l’acqua e i minerali dalle radici alle foglie - xilema o legno - ed uno che percorre tutta la pianta e che conduce gli zuccheri e le altre sostanze elaborate - floema o libro). A questi si aggiungono poi i segnali chimici “lenti “, condotti dagli ormoni sempre per via vascolare. Per esempio se vi è carenza di acqua, le radici immediatamente comandano elettricamente a piccole strutture a forma di bocca presenti sulle foglie, gli stomi, di chiudersi, per evitare ulteriori pericolose perdite di liquidi. 
Le piante sono allora “intelligenti “? Hanno la capacità di affrontare e risolvere un problema? Hanno sensi in grado di leggere l’ambiente esterno ed interno e reagire di conseguenza? Da questi semplici esempi io credo proprio di si. Ma le piante, possono comunicare fra loro, con individui delle stesse specie e con specie differenti? Di questo magari ne parleremo in una prossima puntata.

Rivista a cura di Rossana Trappa
 

 

21 marzo 2019

Intelligente come una … zucca di Renato Perillo (III Parte)

Articolo di: Renato Perillo

 

Abbiamo parlato la scorsa volta del senso della “vista“ delle piante. Chissà se questi nostri amici verdi hanno in comune anche gli altri! Le piante, come è noto, producono sostante profumate, ma sentono anche gli odori altrui, il loro “naso “ è in tutte le cellule che , grazie a chemiorecettori, rispondono adeguatamente ai segnali chimici presenti nelle sostante odorose. Per esempio un pomodoro attaccato da parassiti, emette un particolare segnale chimico volatile che induce le altre consorelle vicine a produrre veleni che rendono poco appetibili le foglie. Ma le piante hanno anche il senso del gusto. Le radici hanno infatti la capacità di scovare l’acqua e i sali minerali necessari alla pianta e muoversi in quella direzione. Ed ancora il tatto. Esempi sono le foglie della Mimosa pudica che si chiudono quando vengono toccate, e le terribili trappole delle piante carnivore piglia mosche (Dionea muscipula). Ed ancora, molti fiori si chiudono quando vengono visitati da un insetto impollinatore, rilasciandolo solo dopo che si sarà imbrattato per bene di polline. Le cellule epidermiche delle piante posseggono infatti dei canali meccano-sensibili che trasportano il segnale e determinano la risposta. Le radici, quando incontrano un ostacolo, lo aggirano, così i viticci di molte rampicanti, si spostano fino a trovare un punto di appoggio. Ma le piante hanno il senso dell’udito? Di certo non hanno orecchie, al pari di tanti animali (serpenti, vermi, etc. ) , però sentono le vibrazioni , sia del terreno che dell’aria. Tanto che alcune viti di Montalcino hanno prodotto di più, prima e meglio, ascoltando un certo tipo di musica. Inoltre la musica sembra tenga lontano molti insetti parassiti, riducendo l’uso delle sostanze chimiche. Anche le radici sono influenzate da certe frequenze, e crescono in una direzione o si allontano dalla fonte, a seconda del tipo di suono. Non se ne è ancora compreso il motivo ed il significato adattativo, ma il fatto è certo: le piante ci sentono bene! Oltre ai nostri cinque sensi, le piante sono capaci di misurare con precisione l’umidità, la gravità, i campi elettromagnetici (che ne influenzano la crescita) e molti gradienti chimici.

Rivista a cura di Rossana Trappa
 

21 febbraio 2019

Intelligente come una … zucca  ( Parte II )

Articolo di : Renato Perillo 

Come si diceva, circa 450 milioni di anni fa le piante intrapresero una via diversa dagli animali. Si fermarono e misero radici. Ovvero persero la capacità di muoversi, che hanno conservato solo alcune alghe unicellulari, e “ decisero “ di cambiare modo di vivere. In quanto organismi autotrofi ( che si nutrono da se, ovvero tramite la fotosintesi ), avevano bisogno di acqua e di luce, oltre che di pochi altri elementi minerali.  Mutarono la loro struttura, diventando esseri modulari e con funzioni diffuse e distribuite, una scelta obbligata per esseri viventi che non potevano muoversi e quindi soggetti a servire facilmente da cibo. Per intenderci una pianta può perdere quasi tutto le sue parti e continuare a vivere : farà ricrescere foglie, rami, fiori e sarà nuovamente in grado di svolgere le sue funzioni. Per un animale questo non è possibile. Ma torniamo alla intelligenza. Sensi ed intelligenza sono strettamente collegati. Le interazioni con il mondo esterno (ed interno) di ogni essere gli permette di reagire e quindi di adattarsi alle diverse condizioni.

Le piante sono dotate di sensi e di un cervello, solo che non è concentrato come quello degli animali, e pertanto non riusciamo facilmente a vederlo. Ecco alcuni esempi. Le foglie, sede principale della fotosintesi, si muovono per ricevere il massimo dei raggi solari, hanno un sistema di fotorecettori e si spostano per ottimizzare le loro funzioni o viceversa per proteggersi da eccessi di luce e di calore. Quindi “ vedono “. Le radici, al contrario, rifuggono la luce. Non hanno occhi, ma riescono comunque ad interpretare e reagire in maniere “intelligente” alla luce !

 

21 gennaio 2019

Intelligente come una … zucca  ( Parte I )

Articolo di : Renato Perillo 

Non è certo questa una similitudine frequente, anzi forse nessuno ha mai pensato di utilizzarla. Anzi, per indicare una persona stupida si dice spesso “ zuccone”. Quando una persona ha smarrito ogni sua facoltà cerebrale si dice che è diventato un “vegetale“!

Ebbene, non è così. La zucca, come tutte le altre piante, ha una sua intelligenza. Del resto cos’è l’intelligenza se non la capacità di un agente di affrontare e risolvere con successo situazioni e problemi nuovi o sconosciuti o anche "un comportamento adattativo variabile durante la vita dell'individuo" (David Stenhouse) . Ebbene le piante hanno saputo affrontare e risolvere così bene i loro problemi da essere sulla Terra ben prima degli animali e di costituire oltre il 99% della biomassa di questo pianeta ! 

La difficoltà per noi “ animali “ umani di riconoscere alla piante pari dignità degli animali , viene da lontano. Per esempio, sull’arca Noè imbarcò gli animali ma non le piante per dare vita ad un nuovo mondo dopo il diluvio ( cosa avrebbero mangiato gli erbivori su una Terra devastata dal diluvio ? ). Salvo poi ad inviare la famosa colomba che gli riportò un rametto di olivo. Noè di certo, in qualche remoto angolo dell’arca una piante però l’aveva nascosta: la vite ! Anche le altre grandi religioni monoteiste non si curano molto delle piante.

Eppure senza di esse non esisterebbe vita sulla Terra, hanno per prime prodotto quel fantastico carburante che permette alle cellule di produrre energia con grande efficienza, l’ossigeno. Le piante sono l’anello che congiunge il Sole alla Terra , grazie alla fotosintesi. Sono cibo per gli animali, uomo compreso. Noi mangiamo vegetali o animali che si cibano di vegetali. Dalle piante, per esempio, ricaviamo energia ( petrolio e carbone in fondo erano piante ), farmaci, materie prime come le fibre vegetali o coloranti. Eppure queste nostre compagne di viaggio sono sempre un po’ bisfrattate, persino in campo legislativo. Mai nessuno proporrà una legge contro la sevizie sulle piante, eppure molte potature nelle nostre città sono proprio questo !  Tutto parte da lontano. Circa 450 milioni di anni fa …… ( alla prossima puntata )

 

21 dicembre 2018

Monete del Papa o Albero dei soldi … in primavera bei fiorellini, in autunno argentei soldini!

Articolo di: Teresa Leggiero

Un nome davvero altisonante attribuito alla Lunaria Annua, una pianta rustica dalla crescita vigorosa, dalla bellissima fioritura con 4 petali a croce. Cresce in modo spontaneo in zone asciutte e incolte, spesso presente in antichi giardini e resistente al freddo.

I fiori variano dal viola al bianco e il frutto tondeggiante seccandosi assume l’aspetto traslucido, mentre il colore ricorda le monete d’argento e da qui il nome.

La trasparenza dei frutti lascia intravedere i semi all’interno e per i bambini curiosi la raccolta delle “monetine” è un divertimento assicurato. In autunno, gli steli possono essere recisi per formare delle composizioni “fai da te” originali e durature come: bouquet, ghirlande, potpourri oppure mazzetti da unire con altri fiori secchi da utilizzare come segnaposti.

Nel linguaggio dei fiori la Lunaria simboleggia l’onestà e la chiarezza. Secondo qualche leggenda, una “monetina” secca nel portafogli è di buon auspicio economico per gli sposi, spesso i fiori secchi sono utilizzati per le composizioni ornamentali proprio nei matrimoni.

Curiosità dal mondo: In Asia, la Lunaria viene chiamata “Money Plant” (Albero dei soldi). Negli Stati Uniti “Silver dollars” (Dollari d’argento). In Danimarca “Judaspenge” e in Olanda “Judaspenning” (Monete di Giuda) alludendo ai trenta denari d’argento con cui sarebbe stato pagato Giuda Escariota nel racconto biblico.

Foto n 1 - FreeWeb

  

Foto n 2-3 Teresa Leggiero  

 

21 novembre 2018

I colori dell’autunno, ovvero la crema solare delle piante  (e non solo).  – di Renato Perillo

Dei colori delle foglie in autunno si dice che siano tenui, pastello, caldi, delicati. Ed in effetti, passeggiando in un bosco o in campagna in questo periodo, i verdi brillanti della primavera e dell’estate si stemperano nei gialli e nei rossi, poi in marroni profondi.

Alla fine dell’autunno molti alberi si spogliano del tutto e rimangono nudi, come morti ! Ma c’è poca poesia in quanto accade nelle foglie ! Il colore verde, è ben noto a tutti, è dovuto alla predominanza delle clorofille ( nelle piante superiori ce ne sono due diverse ! ) che, per la loro particolare struttura, assorbono la luce rossa e quindi ci appaio verdi ! Nelle cellule delle foglie, in particolari organelli chiamati cloroplasti (per il loro colore verde), avviene una delle reazioni chimiche complesse più importanti per la vita sulla Terra: la fotosintesi. Grazie a un meccanismo che solo relativamente da pochi anni è stato davvero chiarito nei particolari, l’acqua viene scissa grazie alla luce del sole catturata dalle clorofille e libera l’ossigeno. L’idrogeno residuo dell’acqua, con un complesso processo ciclico ( Ciclo di Calvin), che non necessita più della luce, si lega all’anidride carbonica producendo zuccheri, grazie ai quali è possibile la vita delle piante e di conseguenza di tutti gli animali. La fotosintesi è l’unico processo che riesce a trasformare, a temperature compatibili con la vita, l’energia contenuta nella luce del sole in energia chimica immagazzinata in molecole organiche come gli zuccheri. Ma i raggi ultravioletti della luce solare, come sa bene chi va al mare e non si protegge adeguatamente, “ bruciano “, ovvero possono provocare gravi danni alle strutture biologiche. Per proteggersi, le piante usano dei pigmenti gialli e rossi ( carotenoidi ) che, da una parte proteggono le cellule dai raggi UV come una crema solare (infatti essendo gialli e rossi assorbono la luce blu) e dall’altra catturano quei tipi di luce (verso il blu, appunto) che le clorofille non riescono ad intercettare, rendendo più efficiente il processo fotosintetico.

 

    

(nella foto di foglie di roverella a fine ottobre, cerchiata in giallo, si può notare la zona di degradazione della clorofilla dove divengono evidenti gli altri pigmenti )

 In autunno ed inverno, nei climi temperati come il nostro, si riducono le ore di luce e le temperature  tendono a diminuire. Molte piante hanno elaborato una strategia di sopravvivenza in cui vengono eliminate le foglie, non più utili per la scarsa illuminazione e per il freddo. La morte della foglie, che avviene per intervento di diversi ormoni vegetali prodotti quando si riducono le ore di luce, determina anche la degradazione della clorofilla, che perde man mano il suo colore. I pigmenti accessori, gialli e rossi, fino allora coperti dal verde preponderante, possono finalmente mettersi in mostra. Ed ecco che le foglie ingialliscono o diventano di un rosso caldissimo. Poi si seccano, diventano marroni e cadono definitivamente. Fino alla prossima primavera. In un eterno ciclo di buio e di luce, di giallo e di verde, di sonno e di risveglio.   

21 ottobre 2018

                                               Le castagne matte - Articolo di Rossana Trappa                                                                 

Nel  periodo autunnale la Natura ci regala dei  frutti molto gustosi ,le buonissime castagne.

Esse provengono da alberi maestosi e robusti  di Castanea sativa,non tutti  sanno però che ci sono frutti molto simili alle castagne commestibili ma che sono altamente tossiche se ingerite .

Sono le famose castagne matte o castagne d’india provenienti da alberi di Aesculus hippocastanum . Le due piante differiscono per la forma della foglia, del riccio e del seme stesso ed infatti  come vediamo in foto:

Le foglie del castagno sono alterne con lamina grande e lunga di forma lanceolata ,acuminata all’apice e seghettata nel margine, le foglie dell’ippocastano sono palmate composte da 5-7 foglie collegate ad un unico picciolo e  di forma obovata-lanceolata più larga all’apice ;il guscio esterno della castagna presenta numerosi aculei che invece in quello dell’ippocastano sono di numero inferiore e più radi; ed infine  Il seme della castagna differisce  per il caratteristico ciuffetto, detto torcia ,che invece è assente nella ‘altra castagna non commestibile che risulta di forma  tondeggiante e più grande .

Le piante maestose dell’ippocastano sono spesso presenti in città come piante ornamentali  e con un pò di  attenzione sono facilmente distinguibili  soprattutto ora che abbiamo visto le principali differenze .

Un altra curiosità deriva dal suo stesso nome” ippocastano “dove il prefisso “ippo”deriva dal greco e significa cavallo  ed infatti i frutti vengono consumati in piccole quantità da questi animali  per alleggerire le zampe e per loro non risulta tossico ,anche in  medicina ed in cosmetica il principio attivo è isolato ed utilizzato a dosaggi controllati proprio per creme defaticanti e tonificanti per gambe gonfie e pesanti.

È stato infatti dimostrato che l’ippocastano svolger un ‘azione benefica nei confronti dei capillari e vene soprattutto l’escina contenuta nei semi della pianta….cosa dire  di più ? Se non che la Natura non smette mai di sorprenderci …                             
                                       
Tutte le foto sono prese da internet,  tranne quella delle foglie di ippocastano che è di Renato Perillo

22 settembre 2018 - Gocce di Natura - di Renato Perillo


Dumbo, l’elefantino ubriaco ed altre storie.  Articolo di Renato Perillo - (I parte)

Nel 1941, in piena Seconda Guerra Mondiale, Disney presentò “Dumbo “, un cartone animato che ancora oggi riscuote un grande successo fra i più piccoli, e non solo! In una famosa, quanto inquietante scena, l’elefantino dalle orecchie sproporzionate ha delle allucinazioni: elefanti rosa che ballano a suon di tromba! Dumbo ha bevuto ed è ubriaco! Sorvolando sui messaggi subliminali che si sono voluti trovare di volta in volta in questa scena, vorrei concentrarmi invece sulla passione di molti animali per l’alcol e per altre sostanze psicoattive, partendo proprio dai simpatici pachidermi. Gli elefanti amano l’alcol! Lo ricercano nutrendosi di frutti ipermaturi ed in fermentazione, come quelli di alcune palme (si stima che molta frutta in fermentazione possa raggiungere un grado alcolico anche superiore al 5-7 %) L’assunzione non è occasionale né fortuita, ma intenzionale. Gli animali, infatti, vanno alla ricerca di queste fonti di alcol e ne rimangono inebriati. I branchi fuori controllo sono dannosi e pericolosi ed in India ci sono stati anche morti, feriti e villaggi distrutti da elefanti ubriachi. Uno degli alberi asiatici più graditi è il durian (Durio zibethimus. Fam. Malvaceae), i cui frutti maturi ed alcolici sono graditi, oltre che ai pachidermi, anche a scimmie e perfino alle tigri! E’noto un episodio di elefanti indiani che hanno assalito una fabbrica clandestina di liquori per depredarla e poi, ebbri, si sono lasciati andare, determino danni a cose e persone. In America del Nord gli scoiattoli e perfino i picchi vanno attivamente alla ricerca della linfa fermentata delle querce, fino ad ubriacarsi e a cadere in terra. Uno dei metodi usati per catturare gli orsi in Polonia e Russia era proprio attirarli con ciotole di … brandy e miele! Il povero animale si ubriacava ed era facile preda dei cacciatori. Gli orsi sfuggiti alla cattura, dopo aver assaggiato la miscela, ritornavano per cercarla nuovamente. SI tratta per tutti questi animali di comportamenti intenzionali e non casuali. Al pari degli uomini, anche a molti nostri amici animali piace … alzare il gomito. Anche ricci e lumache sono amanti dell’alcol. Uno dei metodi di cattura delle lumache negli orti, come è forse noto, è proprio offrire loro della birra di sera. Al mattino le ciotole di birra saranno piene di lumache ubriache. I ricci apprezzano l’alcol, tanto da stabilirsi negli orti dove viene loro offerto: in cambio, la loro voracità per gli insetti protegge la verdura, evitando l’uso di insetticidi.

 

Dumbo, l’elefantino ubriaco ed altre storie - Articolo di Renato Perillo ( parte II )

Non solo elefanti, ricci ed orsi amano l’alcol. Anche gli uccelli sono dei veri ubriaconi. A fine estate si cibano di bacche fermentate fino ad ubriacarsi e cadere al suolo in massa. Sono famosi gli episodi dei pettirossi in California che avevano mangiato i frutti fermentati dell’Agrifoglio ; in Australia centinaia di pappagalli si erano cibati dei frutti della Schotia brachypetala, un leguminosa chiamata appunto “albero del pappagallo ubriaco “, cadendo ubriachi !  Si potrebbe pensare ad intossicazioni involontarie, ma i pettirossi in genere non assumono più di 4 o 5 bacche di agrifoglio. Nello stomaco di quelli morti ne sono state contate 30 ! Quindi , sbronza a go-go! Ci sono decine di esempi anche per molti altri uccelli e perfino per gli insetti ! Infatti essi si nutrono spesso di frutti caduti a terra e fermentati, ricercandoli con avidità  o, come nel caso del cervo volante e della larva rodilegno della farfalla Cossus cossus, assorbono avidamente la linfa fermentata delle querce. Ed infine la bellissima sfinge del corbezzolo, che ricerca e si nutre di frutta marcia. Uno dei modi per osservare questo insetto velocissimo e sfuggente è proprio offrirgli una … bevutina ! Esso, subito dopo, inizia un volo barcollante e spesso cade a terra, con il rischio di essere predato con facilità. Ed infine un caso che tutti noi abbiamo potuto sperimentare : i moscerini della frutta. Quando si vede in giro per casa la simpatica mosca dagli occhi rossi (la famosa Drosophila), certamente qualche frutto sta marcendo e produce alcol, di cui questi insettini sono ghiotti. L’adattamento alcolico è così importante che, al di sotto di certe quantità assunte, si riduce la fertilità degli insetti. Insomma per il nostro moscerino l’alcol è vita !

Gli esempi riportati (in parte tratti da un bellissimo libro “ Animali che si drogano “ edito da Shake Edizioni e scritto benissimo da Giorgio Samorini, un etnobotanico italiano ) e molti altri relativi all’uso consapevole e volontario di droghe vegetali, hanno stimolato,nella comunità scientifica, un ampio dibattito tra gli                       “ortodossi “ che negano la presenza di scelte coscienti da parte degli animali e i più “ progressisti “ , tra cui l’autore del libro citato , che invece considerano che gli animali hanno una coscienza, per quanto arcaica, e cercano anche i “ piaceri della vita “, tra cui alcol e droghe diverse, con diversi scopi, tra cui appunto, al pari dell’Uomo, alterare il proprio stato di coscienza in maniera intenzionale. Del resto  se gli animali mettono a rischio la propria vita, devono necessariamente averne qualche vantaggio, come per la Drosophila, ma forse ne hanno solo piacere. E’ vero che molti animali frugivori convivono con moderate quantità di alcol senza effetti avversi, anzi l’odore alcolico indica loro la posizione del cibo . Cionondimeno  la maggior parte di quelli che si drogano (e non solo con l’alcol) si drogano “ forte “ ! Bisogna forse, finalmente,  accettare che anche gli animali si curano, si drogano, hanno comportamenti sessuali non finalizzati alla riproduzione? Insomma hanno una vita cosciente ? E’ ora di aprirsi al Post-Darwnismo ed alla Teoria della Esuberanza biologica ? La ricerca etologica va avanti. E’ importante studiare ed osservare la Natura con mente aperta, senza preconcetti e senza antropocentrismo. Nulla è definitivo per la Scienza. Ogni traguardo è un nuovo punto di partenza. Solo la Scienza in sé, ovvero la ricerca della verità , è un punto fermo.

 

 

12 SETTEMBRE 2018 Gocce di Natura Extra - di Milena Biondo

Seabin - per un mare #plastifree

Seabin è un progetto ideato da due surfisti australiani ed è costituito da un semplice cestino in rete nylon, posizionato a pelo d'acqua, collegato ad una pompa aspirante che attira i rifiuti galleggianti fino ad 1,5 kg al giorno fino a 12 kg. Una volta pieni vengono svuotati manualmente come tutti i cestini da rifiuti. Questi cestini sono posizionati in punti strategici: pontili,banchine,circoli nautici.

 

AGOSTO 2018 Una per tutte, tutte per una ( parte seconda ) di Renato Perillo

Il motto dei Tre Moschettieri si adatta molto bene alla vita delle api: vedremo presto perché.  Proviamo ad aprire un’arnia, la loro casetta di legno. Troveremo degli ordinati telai dove, con la cera, le nostre amiche costruiscono cellette esagonali, in parte usate come deposito di miele ed in parte come nursery per l’allevamento della covata. A un occhio superficiale sembra che ci sia una confusione incredibile, migliaia di esserini si agitano, entrano, escono, volano via, ritornano. Eppure ognuna sa esattamente cosa fare e come farlo. Le maggior parte delle api sono operaie, tutte femmine sterili, dedite a mansioni diverse in base all’età : spazzine, guardiane, nutrici, bottinatrici e ceraiole. Ma il cuore pulsante della colonia è la regina, l’unica femmina con capacità riproduttive. Depone nelle cellette 1000 uova al giorno per 3-4 anni, con un riposo invernale. Le uova sono fecondate al momento della deposizione dalla stessa femmina (che trattiene il seme maschile dopo la fecondazione, in un “deposito”) e da esse nasceranno tutte femmine, le operaie, sterili in quanto le larve vengono nutrite con una dieta “ povera “ ( poca pappa reale e molto miele). Le operaie sono tutte sorelle, figlie della stessa regina. Quindi l’alveare si comporta come un enorme superorganismo. Ogni anno alcune uova, non fecondate, daranno origine ai maschi, i fuchi. Fannulloni che vengono nutriti dalla sorelle fino al momento in cui voleranno appresso a qualche regina di alveari vicini, inseguendola fino ad un’altezza di 1000 metri ed oltre. I più capaci la feconderanno ( in genere ogni regina viene fecondata da più di un maschio) e poi torneranno a casa pretendendo di essere nutriti. Ma le sorelle, spietate, li cacceranno di casa, avendo essi ormai assolto alla loro unica funzione ;  i poveracci, incapaci di procurarsi il cibo, moriranno di inedia o predati. La vita nella colonia scorre sempre uguale. Le operaie vivono 40 giorni circa in primavera estate e vengono continuamente sostituite dalle sorelle che esse stesse allevano. Le più fortunate, quelle nate a fine estate,  supereranno un inverno per essere pronte a curare la nuova covata primaverile. Dopo 3-4 anni la regina è ormai sfiancata dal super lavoro: le figlie se ne accorgono perché essa cambia “ profumo”, ovvero si riduce la produzione di un particolare feromone “reale” e decidono pertanto di mettere in cantiere una nuova regina. Costruiscono celle più grandi, e nutrono le larve con una supercibo, la pappa reale. Dopo alcune settimane nasceranno diverse regine, la prima che schiuderà ucciderà le sorelle, ancora nelle cellette, con una puntura di potente veleno. Due regine non possono coesistere ! La vecchia sovrana, con un nugolo di figlie fidate , sciamerà lontano alla ricerca di una nuova casa. La regina vergine volerà con i fuchi non figli suoi ed il ciclo ricomincerà. Preciso, puntuale, rigido, spietato, da 150 milioni di anni. Le operaie sono le vere padrone dell’alveare, mentre la regina ne è, in pratica, una  schiava. Una regine per tutte le operaie e tutte le operaie per una sola regina !

LUGLIO 2018 : Una per tutte, tutte per una ( parte prima) di Renato Perillo

Questi piccoli insetti dell’ordine degli Imenotteri, ovvero insetti con ali membranose, appartengono alla specie Apis mellifera ligustica SPINOLA 1806, meglio nota come Ape italiana. Gli antenati dell’ape apparirono sulla Terra circa 150 milioni di anni fa (i primi insetti invece comparvero ben 250 milioni di anni prima). Insetti e piante con fiori si sono evoluti assieme, gli uni e le altre essendo legate spesso a filo doppio : taluni insetti sono necessari per la riproduzione di molte piante e queste ripagano i pronubi con nettare e polline. Le api sono le impollinatrici per eccellenza. Volano da fiore a fiore dall’inizio delle primavera a fine estate. L’ultimo paio di zampe è dotato di una folta peluria dove si raccoglie il polline, la spora maschile delle piante. Le api, con le loro visite instancabili, depositano ( inconsapevolmente ) il polline su un fiore delle stessa specie. Ed il gioco è fatto ! Gli ovuli vengono fecondati, si trasformano in semi, protetti spesso da un frutto carnoso. Pesche, pere, fragole, susine, albicocche sono pronte per le nostre tavole, grazie al lavoro di api ed di altri insetti (altrove sulla Terra anche uccelli e pipistrelli collaborano in questo senso). In verità le piante coltivate avevano tutta un altro programma per i loro frutti , ma a loro in fondo va bene così, perche in molti casi sono i contadini che pensano alla loro riproduzione. I fiori, per attirare le api e gli altri insetti, si profumano, si vestono con colori accesi e nascondono in fondo ad un calice un liquido zuccherino. Per suggerlo le api si dovranno imbrattare di polline ! Insomma usano le stesse armi di seduzione di una donna, profumi, colori e doni nascosti ! Le api si nutrono e, tornate a casa, riempiono le cellete di cera dei loro alveari con nettari diversi che, opportunamente trasformati e concentrati da apposite ghiandole boccali, diverranno prezioso miele. Questi piccoli insetti sono mansueti e laboriosi, sia grazie alla straripante biodiversità italiana che all’assenza di animali predatori di miele che ne riducono l’aggressività; le api nostrane sono apprezzate e utilizzate in tutto il Mondo non tropicale per la produzione di miele (sopportano le nostre estati, ma non certo quelle africane ! ). Questi imenotteri sono un caso unico di animali non domestici (le api possono sopravvivere senza interventi umani) né domesticati realmente, ma che si comportano come tali. Ma è così idilliaco il mondo delle api?  Lo scopriremo la prossima volta !

 

Giugno 2018 GREENWOLF di Milena Biondo.

 

GREENWOLF è un immaginario lupo ambientalista che mangia solo la lana che andrebbe in discarica e non le pecore.

il progetto LIFE+GREENWOLF, finanziato dalla Comunità Europea, è un macchinario che converte le lane di scarto della tosatura annuale delle pecore in fertilizzante, senza l'utilizzo di solventi chimici.

Questo fertilizzante quindi può essere riutilizzato dagli stessi allevatori-agricoltori per i loro campi coltivati, chiudendo un ciclo produttivo in modo virtuoso e a basso costo.
surriscaldando la lana si liberano vari composti più semplici, come carbonio e azoto, che vanno a costituire un humus di alta qualità.

 

Maggio 2018 - IL MERAVIGLIOSO MONDO DEI FIORI SELVATICI…MESSAGGERI DI VITA di Teresa Leggiero

I fiori selvatici mi hanno sempre affascinato. Sono autonomi nel nascere e nel vivere, non hanno bisogno di concimi, di terra comprata, di vasi… non hanno bisogno dell’uomo. 
Colorano i prati delle montagne, i campi di grano, i margini delle strade, le aiuole, possono crescere in luoghi insperati, tra le rocce, su un tronco di un albero o tra i sassi, vivono poco ma in modo intenso. I fiori selvatici, non sono un segno di incuria, non sono “erbacce” come siamo soliti pensare, ma di forza selvaggia della natura.

Veronica persica o Occhietti della Madonna: curiosità, storie e leggende

La Veronica persica Poiret è una pianta comune, erbacea e perenne, alta dai 10 ai 20 cm; ha steli deboli prostrati al suolo che formano spesso una copertura intensa nei prati incolti; ha foglie ovate e seghettate.

Fiorisce da marzo a maggio sia in città che in campagna. La corolla è tetramera (con 4 petali), zigomorfa sul piano verticale. Fiori celesti o blu con striature scure e centro più chiaro, quasi bianco. Questa pianta predilige un terreno bilanciato e ben drenato, ricco di humus.

La simbologia del fiore di Veronica è legata alla parola addio. Si usa, infatti, come dono per amici o amati in procinto di partire. Chi la regala, infatti, ripone in questo fiore la speranza che gli occhi divini veglino sul viaggio delle persone amate.
Se osserviamo da vicino i piccoli e delicati fiori della Veronica possiamo notare che questi assomigliano, anche grazie al colore, a piccoli occhi. Infatti, nella cultura e nella tradizione popolare, questo fiore viene anche conosciuto con il nome di Occhi della Madonna.

Secondo una leggenda : (Virgilio Chiesa tratto da L’anima del villaggio, Gaggini, Lugano 1934)

- Una dolce mattina, nel Malcantone, discese la Madonna col bambino, per godersi la nostra primavera.
La Madonna passeggiava lungo un sentierino pianeggiante, invigilando il figlioletto, che correva felice tra l’erba e i fiori.
Dopo un po’, il piccolo Gesù ebbe sete e domandò da bere. La madre si guardò attorno, tese l’orecchio, ma non scorreva un filo d’acqua.
Già stava per prendersi in braccio la sua creaturina e risalire ai cieli, quando le si offerse allo sguardo un bianco fiorellino che, all’ombra d’un blocco erratico, quasi non osava mostrarsi.
La Madonna s’avvicinò all’intirizzito fiore, lo colse e vide dentro quel pallore una gocciola di rugiada, che sprizzò una luce di diamante.
Accostò la corolla a mo’ di minuscola coppa alle labbrucce del piccolo, perché sorbissero quella stilla. Gesù bambino s’ebbe spenta la sete e riprese le sue corserelle nei prati. La Vergine confortò d’uno sguardo il povero fiore, che abbandonava il capino sullo stelo. Lo riportò all’ombra del masso, riattaccandolo miracolosamente al gambo.
Tosto la corolla si drizzò e divenne azzurrina come l’iride della Madonna, cui aveva per un istante fissato. E tutti i fiori di quella specie, tinsero i bianchi petali di delicato azzurro.
Da allora, nel Malcantone, le veroniche sono chiamate “occhietti della Madonna”; guardano a primavera dalle siepi, dai margini dei ruscelli, dalle prode, fiori sacri all’alma madre dei cieli❞.

Articolo di :Teresa Leggiero 
Wwf Caserta OA Consigliere Provinciale /Settore Educazione Ambientale

Fotografia di: Renato Perillo tratta dall’ Erbario Digitale Tifatino

http://www.wwfcaserta.org/

 

 - Aprile 2018 - LE ORCHIDEE, PERFIDE INGANNATRICI - di  Renato Perillo.

Molte piante terrestri in primavera impegnano grandi energie per ammantarsi di fiori, colorati e profumati, non certo per soddisfare le esigenze degli innamorati, ma piuttosto per attrarre i pronubi, ovvero animali che “ favoriscono le nozze “ , come insetti, uccelli e perfino pipistrelli; essi trasportano il polline da un fiore ad un altro, permettendo la fecondazione e quindi il perpetuarsi della specie. I fiori premiano i loro messaggeri d’amore con il nettare. Alcune orchidee invece adottano un sistema di perfido inganno. Il petalo centrale, detto labello, assume la forma e il colore della femmina di una certa specie di ape o vespa. Il fiore inoltre, perché la frode sia ancora più realistica, produce anche il profumo (feromone) femminile. Ed il gioco è fatto, la trappola è pronta. Ignari quanto focosi maschi si avventano sul fiore, che si ricopre anche della peluria tipica delle femmine, e cercano di accoppiarsi. Dopo qualche tentativo, delusi, volano via. Intanto la perfida orchidea ha deposto una o due piccole masse di polline appiccicoso sulla testa o sull’addome dell’ignaro insetto che, durante un nuovo tentativo, feconderà un’altra pianta della stessa specie. Queste piante sono dei veri e propri parassiti dell’istinto sessuale dei poveri quanto ignari imenotteri. (due esempi di mimetismo che induce una pseudo copulazione; fig 1 Ophrys insectifera L. e fig. 2 Ophrys apifera Hudson).

 

Non solo rondini a primavera - di Rossana Trappa

Oggi 21 marzo tradizionalmente si festeggia San Benedetto da Norcia e secondo il calendario cristiano coincide con il primo giorno di primavera.

E come ci ricorda questo proverbio italiano che dice:”San Benedetto ,torna la rondine al tetto” in primavera tornano dall’Africa questi magnifici uccellini per nidificare qui da noi.

In realtà se ci fermiamo a guardare con maggiore attenzione le rondini che volano in questo periodo possiamo notare che non sono tutte uguali ed infatti gli uccelli che popolano i cieli in questa stagione non solo solo rondini ma anche rondoni e balestrucci anzi in città ci sono prevalentemente queste ultime due specie. Per poterle identificare dobbiamo conoscere alcune caratteristiche peculiari e precisamente:

  • La rondine (Hirudo rustica)è lunga 17-19 cm ha una coda lunga e profondamente biforcuta ,ali lunghe curve e aguzze e un piccolo becco diritto di color grigio scuro . La sottospecie europea è di color blu scuro (quasi nero)sul dorso, bianco sul ventre e con una striscia rossa sulla fronte e sulla gola .

  • Il rondone (Apus Apus )il cui nome deriva dal greco apous “privo di piedi” presenta zampe molto corte e femori a loro direttamente collegate. Questa caratteristica non gli permette di spiccare il volo da terra, per cui non li vedremo quasi mai posarsi a terra ;è leggermente più lungo di una rondine 21 cm ma ciò che lo caratterizza in maniera chiara è la sua coda più corta e il suo piumaggio tutto scuro con una piccola macchia bianca sotto al mento.

  • Infine il balestruccio (Delichon urbicum )più piccolo degli altri due è lungo 13-15 cm ha una coda meno biforcuta e ali più corte , il suo dorso è nero, tranne il groppone (una piccola parte sopra la coda )che è bianco come anche la gola e il ventre . Ora che sappiamo le principali differenze non ci resta che sollevare lo sguardo e lasciarci meravigliare da questi tre magnifici uccellini di primavera .

Arrivederci al mese prossimo ....